Marketing mom
di Caterina Duzzi
Cliché e modelli di comportamento condivisi danno sicurezza. Anche nell’essere genitori. Costi quel che costi. Un esempio? I compleanni faraonici. Succede in Usa, ma sempre più anche da noi.

Madre adeguata uguale madre adattata. E pazienza se l’adattamento prende i contorni dell’omologazione. Anzi. In una prospettiva in cui, come scrive il filosofo Umberto Galimberti, il “conformismo è condizione di esistenza” e “la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto”, una mamma si guarda bene dal prendere (e dall’insegnare) strade secondarie. Il risultato è una maternità impacchettata in tappe e rituali sempre più rigidi e protocollati, e da cui sono escluse iniziative personali, pratiche sfuggenti, abitudini poco comuni. La classe media urbanizzata americana è quella in cui i sintomi dell’appiattimento precoce al cliché sono più evidenti. A partire dalla remise en forme: nessuna neo-mamma si affiderebbe ad attività improvvisate (una passeggiata in campagna?). Molto meglio sballottare il neonato su e giù per i parchi della città con il passeggino (sembra una cosa da pazzi, invece ha persino un nome: strollerfitness). Tutto è preferibile, purché socialmente condiviso. Mamme neohippy newyorkesi fanno il bagno nude con il piccolo, mentre la tata, in divisa, prepara gli accappatoi.
E no, non capiterà mai di sentire un bambino chiedere, all’uscita dalla scuola materna: “Oggi può venire Gabriele da noi?”, e via a casa, con una sosta a comprare due pezzi di focaccia e il succo di frutta. A New York i bambini, per vedersi, devono fissare un appuntamento, e mica è facile trovare posto nelle loro agende. Ma le differenze tra Italia e Stati Uniti si stanno assottigliando. Una prova sono i compleanni. Il gigantismo va garantito. Per organizzazione, e soprattutto costi, preparare una festa per un bambino di quattro anni e un party per la maggiore età è quasi la stessa cosa. Ci sono l’affitto del locale, le bevande, i cappellini, i regalini, il mago, l’animatore, la torta di Spider Man per 50 persone. Il passa-parola, in questi casi, funziona sempre: «Ma tu conosci un bravo mago?», ed ecco che a tutti i compleanni spunta Zuzù, e anche se Zuzù si inventa sempre qualcosa di nuovo, i bambini, ormai, i suoi trucchi li sanno a memoria. Difficile che una madre si azzardi a proporre qualcosa di diverso. Che, nello sforzo di offrire al figlio quello che hanno avuto gli altri, le venga in mente di chiedergli: «Tu come la vorresti, la tua festa?» (per scoprire, magari, che a lui del mago e dei 50 invitati non gliene frega niente).

Perché ci viene naturale consegnarci a modelli pre-costituiti? «Perché sono tranquillizzanti. Hanno l’attrattiva di avere già funzionato, e sono rare le mamme così sicure di sé da proporre un modello autonomo», osserva Giorgio Rezzonico, docente di Psicologia clinica e presidente dell’associazione Panda, a sostegno della maternità. Luisa Leonini, sociologa dei consumi all’Università degli Studi di Milano, aggiunge: «Le madri lavoratrici della classe media vivono un perenne senso di colpa. Per se stesse adottano un consumo più critico, ma tendono a fare qualunque sacrificio per il figlio, spesso unico. Questo, e i tempi ristretti, rendono più rassicuranti i pattern consolidati. E il consumismo estremo è diffuso in tutte le classi, anche le meno abbienti. La dimostrazione è che i giocattoli, nella crisi, hanno tenuto benissimo». Un ruolo, quello materno, in cui identità e consumi coincidono sempre di più. Le blogger mommy, madri tecnologiche descritte in Mom 3.0 di Maria Bailey (già autrice del best seller Trillion dollar mom), hanno trasferito le conversazioni dal parchetto al web, ma l’80% dei discorsi riguarda un brand o un prodotto. Presto lo faremo anche noi. Presto, come le mamme Usa, la vigilia di San Valentino ci ritroveremo a inseguire nostro figlio di quattro anni chiedendogli quali sono le bambine e i bambini più simpatici, per poter compilare i bigliettini pieni di cuori che lui porgerà distrattamente alle bambine e ai bambini che ieri gli stavano simpatici e oggi non più. A quattro anni succede.
Fonte: La Repubblica delle Donne del 16/5/09 Pubblicato il 06 maggio 2009
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