02 Febbraio 2012 articolo inserito in: Psicologia
scandalo EMPAP. firma la petizione - di cristina

l’ENPAP (ll’ente che raccoglie i soldi versati dai contribuenti iscritti all’Ordine degli psicologi per poi dare la pensione agli psicologi) è stato travolto da uno scandalo senza precedenti!
Il TG di La7 riporta la notizia che un senatore PDL, attraverso una società con un capitale di alcune decine di migliaia di euro e senza struttura organizzativa, avrebbe acquistato da un fondo immobiliare (Omega) e rivenduto nello stesso giorno all’ENPAP il palazzo in via della Stamperia, con un ricarico di 18 MILIONI di Euro!!!

Guarda il video del TG di LA7 su You tube

 

FIRMA LA PETIZIONE: CACCIAMO IL MALAFFARE DALL’ENPAP!

Secondo il servizio televisivo, i vertici dell’ENPAP non sarebbero estranei ai fatti, perché non potevano non sapere.

 

Fai girare la notizia, raccogliamo firme e chiediamo dimissioni immediate!

 

 

 

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11 Gennaio 2012 articolo inserito in: Psicologia
Pedofilia online: un rischio della rete - di cristina

Pedofilia e Pedo-pornografia online: un rischio della rete

di Francesca Cardini

La pedo-pornografia e la pedofilia online sono realtà che suscitano nello scenario collettivo profondi sentimenti di paura, di timore e di disgusto. Per i genitori che si trovano oggi a non rimanere al passo, rispetto ai propri figli, rispetto allo sviluppo esponenziale delle nuove tecnologie, delle nuove forme di comunicazione che prendono piede nel mondo virtuale, l’indicazione preventiva del “non accettare le caramelle dagli sconosciuti” che un tempo i genitori rivolgevano ai propri figli si dimostra oggi quanto più inadeguata a far fronte ad un mondo - quello che si crea attraverso internet e che unisce realtà ed immaginazione - in cui spesso i genitori e la maggior parte degli adulti si sentono estranei, ed incapaci di poter proteggere i propri bambini dalle insidie che tale mondo ospita.

Le statistiche sui pericoli che nasconde la rete per i minori sono preoccupanti. Da un’inchiesta effettuata dalla polizia postale su un campione di 50mila minorenni in tutta Italia, emerge che il 77% dei minori naviga in rete in completa solitudine con possibili rischi di “dialogare” con malintenzionati.
Secondo l’indagine, l’11% dei minori ha avuto contatti con malintenzionati e di questi il 75% non ha detto nulla ai genitori.

Il Protocollo Facoltativo del 2000 alla Convenzione di New York definisce pedopornografia “qualsiasi rappresentazione di fanciulli, indipendentemente dal mezzo utilizzato, coinvolti in attività sessuali esplicite, reali o simulate, e qualsiasi rappresentazione di organi sessuali di fanciulli a scopi prevalentemente sessuali”.

La legge 6 febbraio 2006, n. 38 che ha modificato la legge 269/98 ha introdotto la nuova fattispecie di reato di pedopornografia virtuale che si verifica quando il materiale pedopornografico rappresenta immagini relative a bambini ed adolescenti, realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate, in tutto o in parte, a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali.

Quando si parla invece di pedofilia online ci si riferisce al comportamento di adulti pedofili che utilizzano la Rete per incontrare altri pedofili, per rintracciare e scambiare materiale fotografico o video pedopornografici e per ottenere contatti o incontri con i bambini che navigano in Rete.
La rete offre infatti un pericoloso mezzo in cui i pedofili possono muoversi sfruttando l’anonimato che la realtà virtuale comporta, distruggendo le barriere fisiche che nella vita reale costituiscono un filtro “naturale” per bambini e genitori.

Il pedofilo può mutare la propria identità virtuale come un camaleonte, inserendosi in comunità frequentate da minori e costruendo un’ identità fittizia per instaurare relazioni amichevoli con bambini e ragazzi, per conquistarsi gradualmente la loro fiducia e spianarsi la strada per arrivare ad un contatto nella vita reale con loro. Inizialmente, infatti, il pedofilo può adescare il minore proponendo argomenti di discussione di suo interesse, come lo sport, programmi televisivi, la scuola, ecc., e fingendosi suo amico costruisce una fiducia per allontanarlo piano piano dalla protezione della famiglia.
Tenterà poi di convincere il minore ad uno scambio di contenuto sessuale virtuale o un incontro reale, e se non sarà bastata la fiducia instaurata nel rapporto, farà leva sui sentimenti di vergogna e di paura del ragazzo attraverso minacce.

Inoltre internet offre al pedofilo i mezzi per entrare in contatto con altri pedofili ed alimentare così una rete criminale che può sostenere le reciproche attività.
Cosa possono fare quindi i genitori per prevenire l’avverarsi di episodi di pedofilia che coinvolgano il proprio figlio o altri minori?

Sicuramente avere una consapevolezza del fenomeno della pedofilia online è un primo passo. Ma ancora più a monte deve esserci un aggiornamento in termini di conoscenze delle nuove tecnologie utilizzate dai propri figli che possa diminuire il divario tra i due mondi. Una comunicazione efficace con i propri figli è un’altra condizione di base affinché la protezione dei genitori sia una risorsa che il bambino abbia a disposizione in ogni momento, senza incorrere in sentimenti di vergogna o di paura.

Da una parte, quindi, operare un controllo sulla tecnologia: conoscendola e operando su di essa in modo tale che il suo uso sia sicuro; a questo proposito può essere infatti utile installare dei software di protezione in grado di filtrare contenuti dannosi per i propri figli; utilizzare il computer insieme ai propri figli o comunque collocarlo in un ambiente condiviso; controllare periodicamente il contenuto dell’hard disk per individuare informazioni che possono costituire un segnale d’allarme.

Dato che il controllo nella vita che il ragazzo agisce in rete può venire mal tollerato da un adolescente, che nella fase di crescita in cui si trova difficilmente sopporterà una situazione di controllo vissuta come intrusiva, è assolutamente necessario che il genitore “formi” il ragazzo a difendersi dalle insidie della rete, così che negli spazi privati il ragazzo stesso abbia una guida interiore.

Per questo motivo è necessaria una comunicazione efficace tra genitore e ragazzo, una trasmissione di conoscenze sull’argomento che sia serena e preveda: insegnare ai ragazzi a non fornire dati personali in rete, così come non fornirebbero dati personali a qualcuno conosciuto per strada; insegnare ai ragazzi a non aver paura a segnalare qualcuno che li sta infastidendo e che dovessero provare sentimenti di vergogna, di non cedere alle minacce, perché sono stati vittime inconsapevoli di un criminale.

Nel momento in cui vi è da parte del genitore l’individuazione del pericolo, è necessario che ne faccia denuncia presso le autorità competenti, nello specifico la Polizia Postale e delle Comunicazioni, ed è possibile segnalare l’accaduto anche in maniera anonima contattando associazioni e organizzazioni non a scopo di lucro che si adoperano per la tutela dei minori e offrono un supporto a genitori e ragazzi nei casi di adescamento o abuso perpetuato tramite la rete, come ad esempio il telefono azzurro (http://www.azzurro.it/), il telefono arcobaleno (http://www.telefonoarcobaleno.org/), e Save the children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini, che dal 2002 ha costituito il progetto “Stop-it” (www.stop-it.it) per la lotta contro lo sfruttamento sessuale a danno dei minori su internet.

Sitografia:

http://www.114.it/
http://www.ansa.it/
http://www.stop-it.it/
http://www.telefonoarcobaleno.org/
www.virtualglobaltaskforce.com/it/

"Pedofilia e Pedo-pornografia online: un rischio della rete", tratto in data 19-02-2008 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=11938

"Pedofilia e Pedo-pornografia online: un rischio della rete", tratto in data 19-02-2008 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=11938

 

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13 Dicembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Nove milioni di italiani soffrono di stress - di cristina

Nove milioni di italiani soffrono di stress

Nove milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, le donne il doppio degli uomini. Di queste, nove su dieci soffrono di disagi psichici e disturbi dell’umore, primi fra tutti di ansia (45%) e di sindrome pre-mestruale (43%), ma anche di irritabilità/eccessiva tendenza al pianto (41%) e di insonnia (39%). Anche le sindromi depressive sono in agguato con il 20%.

Fra i fattori determinanti le forti pressioni lavorative, le barriere culturali che rendono la carriera manageriale della donna più difficoltosa e impegnativa, le remunerazioni non in linea con le medesime posizioni ricoperte dai colleghi, la competitività, i rapporti interpersonali e il difficile clima aziendale a cui si sommano le responsabilità, gli incarichi legati alla vita quotidiana e il ruolo di ‘care giver’ all’interno della famiglia. A questo si aggiunge il periodo di grave crisi economica, l’incertezza per il futuro per se e per i propri figli. A tracciare il quadro è Onda, l’Osservatorio nazionale salute donna, in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Dall’indagine emerge in particolare che le donne giovani – complici le alterazioni ormonali nelle diverse fasi riproduttive (gravidanza, puerperio) – e quelle che lavorano a contatto con il pubblico sono più vulnerabili agli stati di ansia. Ancora poche, o incuranti delle ‘variabili di genere’, le azioni di tutela contro i fattori di stress all’interno delle aziende, nonostante il monito del Governo Italiano a prendersi cura della salute psichica delle proprie dipendenti. Ma non è solo un fenomeno italiano: lo stress correlato al lavoro coinvolge ed affligge tutta la popolazione europea, con punte del 60% e importanti ripercussioni sullo stato di salute.

Le recenti stime pubblicate sulla rivista European Neuropsychopharmacology attestano infatti che i disturbi psichici dal 2005, quando la prevalenza di malattia si aggirava al 27,4%, hanno registrato una progressione di più del 10% assestandosi nel 2010 su valori oltre il 38% - tra disturbi d’ansia (69 milioni), depressione (30 milioni), insonnia (29 milioni) e disturbi connessi al consumo di alcool (14,6 milioni).

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

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27 Novembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
L’attacco di panico: tra “paura della paura” - di cristina

Dott.ssa Anna Chiara Venturini

L’attacco di panico: tra “paura della paura”, interpretazioni ed evitamento

La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: essa serve a preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo, e ad approntare il comportamento di risposta all’evento temuto: generalmente la fuga o l’attacco.

Negli organismi normali, quanto maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco), tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori (la risposta alla minaccia reale o percepita). Sotto stress, la capacità dell’uomo di proiettarsi con la mente, e con la memoria, nel passato e nel futuro, lo rende vulnerabile - paradossalmente - alla stessa emozione che dovrebbe garantire la sua sopravvivenza: la paura.
Il panico vero e proprio la persona lo raggiunge focalizzando l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione alla paura. Tale processo ingenera (aumentandolo) uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici. Una volta innescato, questo processo può diventare ricorsivo (tendendo così ad auto-alimentarsi).

Gli attacchi di panico sono comunemente descritti come un’improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte di carattere cognitivo, neurovegetativi, psicosensoriali e comportamentali, con frequenza ed intensità variabili per cui si presentano quadri clinici tra loro molto diversificati (Faravelli, 1997). Per quanto concerne i sintomi cognitivi dell’attacco sono tipicamente rappresentati da paura, terrore, sensazione di morte imminente, timore di perdere il controllo delle proprie idee o delle proprie azioni.
A ciò si associano sintomi neurovegetativi quali palpitazioni, dolore toracico, dispnea, sensazione di soffocamento, vertigini, parestesie, vampate di calore, brividi di freddo, tremori e sudorazione profusa.
In circa un terzo dei casi si manifestano anche fenomeni psicosensoriali quali depersonalizzazione e derealizzazione, ipersensibilità agli stimoli luminosi o acustici intensi e modificazione percettiva delle distanze. Le manifestazioni comportamentali sono meno comuni e spesso la crisi passa inosservata ai presenti poiché il soggetto cerca di nascondere le sensazioni provate. Talora però il paziente interrompe l’attività in corso e si allontana, cercando di raggiungere un luogo sicuro (Faravelli, 1997). Non sempre tutte queste manifestazioni sintomatologiche si presentano in maniera completa ed esistono episodi critici oligosintomatici che si esprimono attraverso uno o due sintomi. Il tipico esordio del disturbo di panico si presenta con la comparsa di un attacco maggiore, di notevole intensità, durante situazioni di routine; spesso si tratta di un attacco “a ciel sereno” in situazioni che solo successivamente possono diventare oggetto di evitamento.

L’Attacco di Panico può essere presente anche in altri disturbi d’ansia, ma si parla di Disturbo di Panico poiché a farla da padrone è la paura di avere altri attacchi imprevedibili e non legati ad una specifica situazione. A volte il primo episodio critico si inserisce nel contesto di situazioni drammatiche o di pericolo per la vita del paziente, come gravi incidenti, morti improvvise di persone care, durante particolari condizioni come post partum, ipertiroidismo o altre alterazioni endocrine o in concomitanza con l’assunzione di sostanze stupefacenti, in particolare marjuana, cocaina, amfetamine.

Gli eventi di separazione da una persona cara e di perdita di importanti relazioni interpersonali possono essere correlati all’esordio (separazione matrimoniale, divorzio, rottura di un fidanzamento o perdita di un amico) così come fatti addirittura positivi (allontanamento dalla casa dei genitori dopo un matrimonio, nascita di un figlio, assunzione di un importante incarico professionale lontano dalla propria città).
L’esperienza clinica ha dimostrato che gli eventi che comportano la perdita o la separazione di un rapporto affettivo importante hanno in molti casi un ruolo significativo sia nella comparsa del primo attacco di panico sia nell’eventuale aggravamento di un disturbo già esistente.

Alcune situazioni pur configurandosi a prima vista come eventi stressanti assumono invece un valore molto importante nell’avvio iniziale del disturbo e del suo eventuale aggravamento. Si tratta di situazioni che, indipendentemente dalle caratteristiche reali ed obiettive, vengono vissute dal paziente come trappole. Tali situazioni possono essere di diversissima natura: da circostanze effettivamente stressanti, in ambito familiare (genitori iperprotettivi, rapporto coniugale di un certo tipo, convivenza con altri familiari) a situazioni opprimenti in ambito lavorativo.
Nella fase iniziale della malattia gli attacchi, anche isolati, vengono ben presto accompagnati dal persistere di uno stato di paura ed ansietà associato a sintomi neurovegetativi. Questa condizione, spesso fonte di sofferenza soggettiva e di compromissione marcata del funzionamento globale, può estrinsecarsi sia come persistente stato di allerta e di minaccia per la propria integrità fisica e psichica, sia come “paura della paura”: ossia la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi nuovamente un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire (o da "controllare" ).
Tale paura porta spesso ad evitare le situazioni ritenute potenzialmente "a rischio": l’ansia anticipatoria, determinata dal timore che gli Attacchi di Panico possano ripetersi, può infatti raggiungere un’intensità tale da essere fonte di marcata sofferenza soggettiva e da determinare una notevole compromissione del funzionamento sociale, lavorativo ed affettivo, limitando così la libertà e lo stile di vita personale. La paura tende a generare confusione, stordimento, assenza: durante un attacco di panico, la concentrazione si focalizza sul pericolo, il cervello esamina velocemente azioni alternative sotto pressione, dissociandosi da ogni altro pensiero.

In questo stato, la persona può percepire un senso di estraneità da sé, una sensazione di stordimento o di vertigine. Il ritmo di respiro può diventare affannoso, è possibile percepire del formicolio, sensazioni di torpore o vampate di calore. Mentre l’Attacco di Panico ha un’insorgenza improvvisa e dura pochi minuti, l’ansia anticipatoria cresce lentamente ed ha una durata anche di molte ore. Inoltre è possibile ridurla o controllarla allontanandosi dalla situazione ansiogena o cercando rassicurazione da una persona di fiducia. L’Attacco di Panico, invece, quando comincia non può più essere bloccato: si comporta come una reazione del tipo “ tutto o nulla” e sfugge ad ogni controllo quando il meccanismo è innescato. In oltre il 50% dei pazienti sono presenti attacchi di panico durante il sonno: in questo caso gli episodi critici non sono collegati alle fasi REM ed al sogno e la maggior parte di essi si verifica durante gli stadi 2 o 3.( Craske ,2005).

Se l’età di esordio del disturbo di panico è inferiore ai 20 anni, i parenti di primo grado hanno una probabilità 20 volte maggiore di avere un disturbo di panico.
Relativamente alla comorbidità circa un terzo dei pazienti soffre contemporaneamente di depressione, ed in oltre il 40% dei casi è presente una storia di abuso d’alcool o stupefacenti. È comunque presente un maggiore ricorso a servizi di tipo medico (per sintomatologia anginosa, colon irritabile, etc.) con un aumento dei costi diretti ed indiretti. Il prolasso mitralico è fortemente associato con il disturbo di panico ed è frequente l’associazione fra asma/BPCO e attacchi di panico: il 50-65% degli affetti da BPCO provano ansia e/o depressione (Gudmundsson et al, 2006; Kunik et al, 2005).

Nel 20% dei casi si viene a manifestare un’elaborazione ipocondriaca: i pazienti temono o sono convinti d’essere affetti da malattia fisica e chiedono ripetutamente l’intervento del medico internista o di altri specialisti: frequenti sono le richieste di intervento al Pronto Soccorso. Le preoccupazioni ipocondriache riguardano in genere il timore di una grave malattia cardiaca, come l’infarto, o la paura di una morte improvvisa per ictus cerebrale (Servi, 1993). Nei 2/3 dei casi si vengono a strutturare le condotte di evitamento, conseguente al fatto che i pazienti associano gli Attacchi di Panico a situazioni o luoghi specifici; evitando di restare soli, di allontanarsi da casa, di recarsi in luoghi affollati, di usare mezzi pubblici ecc..; in questo modo gli Attacchi di Panico diventano meno frequenti e più tollerabili.

Tra le complicanze più comuni si trovano le fobie e, in modo specifico, l’agorafobia (timore di situazioni sociali nelle quali, in caso di attacco di panico, sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto in caso di crisi improvvisa): in tal caso le limitazioni imposte dall’evitamento interferiscono con le attività quotidiane (guidare, prendere treni, ascensori etc …) che il paziente non è in grado di svolgere o se lo fa è in presenza di un accompagnatore.

Soffrire di Disturbo di Panico è quindi estremamente invalidante; la propria autonomia viene notevolmente ridotta e si inizia a convivere, con estrema difficoltà, con la “paura della paura”, evitando luoghi e contesti considerati off limits perché probabili cause scatenanti. L’evitamento è, dunque,un fattore di mantenimento dell’attacco di panico perché nel caso di situazioni critiche, limita la possibilità del soggetto di provare ansia e di scoprire che questa non porta alla catastrofe. Si entra così in un circolo vizioso in cui il soggetto più pensa alla propria condizione, più sta male e difficilmente riesce a vedere uno spiraglio di guarigione.

Tuttavia si può uscire dal panico e dall’agorafobia: la terapia cognitivo comportamentale è un valido strumeno attraverso cui è possibile modificare i pensieri disfunzionali, quelli che generano paura ed evitamento. Contemporaneamente permette, attraverso varie tecniche, di controllare le risposte emotive e di modificare le risposte di fuga ed evitamento.

La persona apprende così stili di coping più funzionali in situazioni prima interpretate come ansiogene, non fugge e non le evita, sperimentandosi ed accrescendo così il proprio senso di autoefficacia. Ci si scopre così di nuovo liberi e l’esperienza fatta diviene una pagina del libro della propria vita.

"L’attacco di panico: tra “paura della paura”, interpretazioni ed evitamento", tratto in data 03-05-2011 da www.opsonline.it

 

 

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06 Novembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Nove milioni di italiani soffrono di stress - di cristina

Nove milioni di italiani soffrono di stress

Nove milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, le donne il doppio degli uomini. Di queste, nove su dieci soffrono di disagi psichici e disturbi dell’umore, primi fra tutti di ansia (45%) e di sindrome pre-mestruale (43%), ma anche di irritabilità/eccessiva tendenza al pianto (41%) e di insonnia (39%). Anche le sindromi depressive sono in agguato con il 20%.

Fra i fattori determinanti le forti pressioni lavorative, le barriere culturali che rendono la carriera manageriale della donna più difficoltosa e impegnativa, le remunerazioni non in linea con le medesime posizioni ricoperte dai colleghi, la competitività, i rapporti interpersonali e il difficile clima aziendale a cui si sommano le responsabilità, gli incarichi legati alla vita quotidiana e il ruolo di ‘care giver’ all’interno della famiglia. A questo si aggiunge il periodo di grave crisi economica, l’incertezza per il futuro per se e per i propri figli. A tracciare il quadro è Onda, l’Osservatorio nazionale salute donna, in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Dall’indagine emerge in particolare che le donne giovani – complici le alterazioni ormonali nelle diverse fasi riproduttive (gravidanza, puerperio) – e quelle che lavorano a contatto con il pubblico sono più vulnerabili agli stati di ansia. Ancora poche, o incuranti delle ‘variabili di genere’, le azioni di tutela contro i fattori di stress all’interno delle aziende, nonostante il monito del Governo Italiano a prendersi cura della salute psichica delle proprie dipendenti. Ma non è solo un fenomeno italiano: lo stress correlato al lavoro coinvolge ed affligge tutta la popolazione europea, con punte del 60% e importanti ripercussioni sullo stato di salute.

Le recenti stime pubblicate sulla rivista European

Neuropsychopharmacology attestano infatti che i disturbi psichici dal 2005, quando la prevalenza di malattia si aggirava al 27,4%, hanno registrato una progressione di più del 10% assestandosi nel 2010 su valori oltre il 38% - tra disturbi d’ansia (69 milioni), depressione (30 milioni), insonnia (29 milioni) e disturbi connessi al consumo di alcool (14,6 milioni).

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

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