Verso una pedagogia dell’empatia

tratto da LA STAMPA, 12 luglio 2010, articolo di ROSALBA MICELI
Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi
In accordo a Edith Stein, l’empatia (letteralmente “sentire”) è alla base di tutte le forme con cui ci accostiamo ad un altro, agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Approfondiamo i molteplici aspetti del comportamento empatico con Antonio Bellingreri, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università degli Studi di Palermo, autore del saggio “Per una pedagogia dell’empatia” (Vita e Pensiero).
Professore, in un’epoca segnata dai progressi della scienza e della tecnica, parlare di empatia, cercare di risalire alle radici umane della socialità, può sembrare anacronistico?
Le competenze scientifiche o tecnologiche possono rivelarsi inadeguate per la conoscenza personale (il rapporto dell’individuo con se stesso, ed il rapporto con gli altri).
Come definisce l’empatia in due parole?
L’empatia è sguardo e parola. Sguardo non intrusivo, che diviene, grazie alla comprensione emozionale empatica, capace di vedere il volto dell’altro. Le parole dette e ascoltate, interpretate e ricomprese, formano, per i soggetti coinvolti, un universo di senso condiviso.
Ci mettiamo “nei panni dell’altro” per confermare un’immagine nota di noi stessi, oppure siamo disponibili alla sorpresa, allo spiazzamento?
Intervengono processi di identificazione, di proiezione di sé (se prevale la proiezione di sé nell’altro sperimentiamo una cattiva o falsa empatia), di introiezione, contagio, imitazione ma anche immaginazione. Complessivamente e variamente bilanciati, concorrono al “decentramento” che è indispensabile per rappresentarsi mentalmente le esperienze di altri, il loro mondo interiore. L’attivazione empatica segue un modello molto complesso, è una “performance” in cui entra in gioco tutta l’energia psichica del soggetto.
Come spiegare la disposizione empatica?
Si tratta di un comportamento “connaturale” (da preferire al termine “innato”) all’essere umano. Comportamenti “di tipo empatico”, come il contagio emotivo, sono presenti già nel neonato (il bambino piange in risposta al pianto di un altro). La psicologia dello sviluppo distingue gli stadi del processo di crescita dell’empatia dal semplice contagio emotivo, alle risposte imitative, fino all’emergere di una “teoria della mente” (rappresentazioni mentali di ciò che accade nel mondo mentale degli altri). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, ed una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Dunque è molto più di una emozione, è un sentimento intelligente, un atto d’amore ricco di intelligenza.
L’opera di formazione di una personalità capace di empatia matura coincide con la semplice dinamica dello sviluppo psichico del soggetto?
L’empatia è un processo che può essere attuato. Ogni uomo è capace di empatia, pur se con forme diverse di consapevolezza. Formarla come carattere stabile acquisito denota la “personalità empatica” con un buon equilibrio psichico, capace di compassione, ma anche di condivisione lieta, uno stile esistenziale eminentemente personale ed un modo originale di “abitare il mondo”. Al vertice del processo, l’empatia si configura come una “virtù”, frutto della formazione del soggetto, ma anche di una scelta consapevole (il voler essere così), quasi una conversione al bene (insight migliorativo). In particolare distinguo due processi: “educare l’empatia” (processo formativo individuale) ed “educare all’empatia” che rappresenta la meta del processo educativo.
Come si alimenta la virtù empatica?
Necessita di esposizione ai contatti umani, di interesse per persone al di fuori di sé, di continuo coinvolgimento con gli altri, di “affabilità” (offrire se stesso agli altri per quello che si è), di “liberalità” (offrire quello che si ha), di “amabilità” (lasciarsi amare dagli altri), buon carattere, stile comunicativo rivolto alla persona (messaggio ad personam) ed inerente alla situazione, al contesto. Accostarsi alle diverse forme di arte può essere molto importante per una formazione empatica poiché sviluppa l’immaginazione, ma anche l’immedesimazione con i pensieri ed i sentimenti di un’altra persona.
L’attenzione per l’altro è fondamento sia dell’intervento educativo che di cura. Empatia e principio di cura, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, sono strettamente connessi?
L’empatia precede e motiva la cura per l’altro.
L’empatia costituisce uno strumento per l’educatore?
L’empatia non è uno strumento, ma una importante categoria pedagogica. Si può parlare di una natura educativa dell’empatia quasi intrinseca. Non c’è relazione autenticamente educativa che non sia una relazione empatica. Si educa qualcuno quando si riesce ad attivare in lui il desiderio di esistere, di divenire pienamente ciò che si è, ad aver cura di sé, dell’altro, delle relazioni, della vita. L’empatia è il sentimento che sostiene i processi di configurazione significante dei modi di sentire, di pensare e di comportarsi dell’altro. L’empatia non è un metodo ma una virtù, una virtù dell’educatore che a sua volta cerca di suscitare nell’educando la medesima virtù. In questo senso diciamo che una persona è “educata” quando ha acquistato la virtù dell’empatia.
Quale conoscenza, quale incontro, quale cambiamento, ci attendono se rischiamo l’avventura di “entrare nei panni dell’altro”?
La natura conoscitiva dell’empatia porta a conoscere se stessi e conoscere gli altri. Possiamo conoscere noi stessi solo in relazione ad altri: è tramite il continuo processo di relazione che diventiamo ciò che siamo in una crescita di consapevolezza, di introspezione, attivando un dialogo interiore. Un indizio di una buona coscienza empatica è essere capaci di provare empatia nei confronti di se stessi, ovvero di accettarsi, riconoscersi, amarsi, aver cura di sé. Affinché l’empatia sia autentica (la buona coscienza empatica) devono essere presenti tre condizioni: l’atteggiamento veritativo (in accordo a Heidegger) ovvero lascia essere l’altro per quello che è e per quello che può essere e/o deve essere; l’atteggiamento etico (in accordo a Kant) considera l’altro come un valore, un bene in sé e per sé, che liberamente si sceglie di conoscere, amare e promuovere; l’atteggiamento spirituale o comunitario crea relazioni, legami empatici, in un riconoscimento reciproco. Tuttavia si può avere una forma di empatia estrema, per chi non ci ama, non ci riconosce, anche tra nemici giurati.
Possiamo pensare ad una didattica dell’empatia, mediante esercizi di apertura mentale?
Ho condotto esperienze di training rivolte agli insegnanti di un liceo. Si presentava una situazione e ognuno doveva provare a rispondere a questa domanda: “cosa faresti al posto di?”. Assumere la prospettiva di un altro ha innanzi tutto il significato di mettersi fisicamente al suo posto, mentre l’assunzione di ruolo implica il fare proprio il punto di vista di un altro, il suo particolare modo di intendere il mondo.
Se vogliamo vivere veramente in un mondo partecipativo, l’empatia può divenire il mezzo con cui comprendiamo e costruiamo la nostra realtà condivisa? E’ possibile “la civiltà dell’empatia” ipotizzata da alcuni studiosi tra cui il sociologo ed economista americano Jeremy Rifkin?
L’empatia alimenta la possibilità di riconoscersi in una causa di utilità comune ed evolve in comportamenti prosociali che formano il nucleo di comunità solidali. Le ricerche sociologiche indicano che funzionano al meglio le “microcomunità” empatiche (piccoli gruppi quali la famiglia, l’amore, la vita di coppia, o parentele elettive) segnate da un clima emotivamente caldo, come ambiti di comune elaborazione di senso.