18 Aprile 2011 articolo inserito in: Psicologia
La matematica e´ un incubo? Colpa dei maestri - di cristina

La matematica e’ un incubo? Colpa dei maestri

di Maria Teresa Martinengo, La Stampa

Mamma, sono negato, non capisco. Matematica e’ il mio incubo. Mi sento stupido». Quanti genitori riconoscono il proprio figlio in queste affermazioni? Tanti, probabilmente, perche’ tanti sono i BAMBINI con un mediocre rapporto con i numeri, iniziato addirittura in prima elementare con un insegnante non attrezzato per sollecitare le abilita’ innate, dimostrate dalla ricerca psicologica. A testimoniare una diffusa condizione di disagio e’ la ricerca

«Atteggiamenti e credenze dei BAMBINI nei confronti della matematica», condotta su 780 allievi di quarta in 17 scuole primarie di Torino e provincia: il 25% dei piccoli intervistati considera la materia «bestia nera», la meno amata, il 78% fa esperienza di «sentirsi bloccato e non sapere come proseguire» di fronte a un esercizio che crea difficolta’. Un terzo di questo 78% vive in maniera permanente nel panico quando c’e’ matematica. Per il 74%, poi, l’esperienza di essere bloccati si accompagna ad ansia e ad agitazione.

L’indagine e’ stata curata dagli psicologi di Tangram-Centro Studi Processi e disturbi di apprendimento con il Centro di PSICOLOGIA Ulisse (specializzato in relazioni familiari ed educative). Le trenta domande del questionario - spiega la dottoressa Alessandra Petrolati - hanno indagato gli aspetti emotivi e le rappresentazioni che i BAMBINI hanno della matematica, il perche’ di certe credenze che incidono sulla rappresentazione e la percezione di se’». Nonostante solo il 25% dichiari di non amare la materia, dal 78% che parla di malessere di fronte a un compito «e’ possibile ipotizzare che molti BAMBINI sentano di non avere abilita’, di non essere in grado di elaborare strategie per gestire la situazione. E’ come se pensassero che non c’e’ niente da fare». Ed ecco l’ansia, l’agitazione.

Un terzo dei BAMBINI somatizza con mal di pancia, sudorazione. «Il ‘’sentirsi bloccato” e il malessere, quindi una reazione emotiva intensa, fa supporre - riflette il dottor Mauro Martinasso, direttore del Centro Ulisse - che l’insuccesso in matematica veicoli per il bambino un significato che ha a che fare con un giudizio in merito alle proprie capacita’ e al proprio valore sia ai propri occhi sia a quelli degli insegnanti o dei compagni. E un’esperienza di questo tipo ripetuta puo’ avere ripercussioni nella direzione di una ridotta autostima». Una condizione che trova conferma in quel 50% di BAMBINI che pensa che di fronte a un problema «la soluzione si trova subito o mai piu’». In pratica, la competenza in matematica come «abilita’ stabile», che si ha o non si ha. Non averla genera sofferenze.

«Piu’ significativo - prosegue la dottoressa Petrolati - e’ che oltre il 50% dei BAMBINI pensa che ”andare bene in matematica significa essere molto intelligente”». L’insuccesso, dunque, mette in forse le capacita’ intellettive globali. «Questi dati - conclude la dottoressa Cinzia Casini, psicologa impegnata con docenti e genitori nelle scuole - parlano del grande vuoto che esiste nel percorso formativo degli insegnanti, mostrano la necessita’ di lavorare per modificare le credenze sull’intelligenza e orientare l’azione in modo che le abilita’ matematiche siano vissute come modificabili e soprattutto in evoluzione. Non come un destino segnato. La ricerca psicologica dice che ‘’siamo tutti portati per i numeri” fin dalla nascita, ma sono fondamentali le opportunita’ che l’ambiente offre».

La ricerca sara’ presentata sabato alla scuola Casalegno, nel seminario «Intelligenza numerica e discalculia» con Daniela Lucangeli, ordinario in PSICOLOGIA dello Sviluppo dell’Universita’ di Padova, tra i massimi esperti italiani di discalculia. Pubblicazione: 23-01-2011, STAMPA, TORINO, pag.47

Sezione: Cronaca di Torino , LA STAMPA
Autore: MARTINENGO MARIA TERESA

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18 Aprile 2011 articolo inserito in: Psicologia
Troppo Internet? Nozze annullate. Serve la terapia di coppia - di cristina

Troppo Internet? Nozze annullate

Novita’ al Tribunale Ecclesiastico.  A Torino matrimoni cancellati perche’ il marito era schiavo dei social network Il giudice: ”Si tratta di menti troppo fragili, incapaci di vivere un rapporto, confinate nel loro mondo virtuale”

MARIA TERESA MARTINENGO Il web fa ormai parte della vita quotidiana, dall’infanzia alla terza eta’, e non poteva non infilarsi persino tra le cause di nullita’ di matrimonio religioso. E ieri, alla cerimonia di apertura del 72° anno del Tribunale Ecclesiastico Piemontese, presente l’arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia, il vicario giudiziale don Ettore Signorile, lo ha dichiarato. Sono piccoli numeri, quelli della «Rota» piemontese - 152 cause di nullita’ decise nel 2010 -, ma rivelano piu’ dei divorzi i problemi tra coniugi. «L’abuso di Internet - ha spiegato don Signorile - rivela immaturita’. Il soggetto a cui sto pensando era fragile, non era in capace di ascolto, di condivisione, di dialogo. In poche parole, di vivere il rapporto con il coniuge. Il suo mondo era il computer: un mondo virtuale, irreale». Una droga, come i videogiochi o l’azzardo.

 

Nel 2010 due matrimoni sono stati dichiarati nulli perche’ il loro cammino si e’ «interrotto» gia’ nel giorno del «si’». Ma in generale, circa la meta’ delle nullita’ si collegano all’identita’ cristiana del matrimonio: «negazione dell’indissolubilita’ del matrimonio e dell’idea di generare prole», in testa. Per l’altra meta’ valgono le ragioni di natura psicologica. Ed e’ qui che si inserisce il web. «I capi di natura psicologica sono purtroppo in crescita rispetto al 2009 - ha detto don Signorile - e riguardano sia il grave difetto di discrezione di giudizio di una delle parti, a fronte dei diritti e doveri essenziali del matrimonio, sia l’assenza di liberta’ interna, sia l’incapacita’ per cause di natura psichica di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. Sono stati osservati anche matrimoni contratti in presenza di gravissime patologie psichiatriche, che andavano sconsigliati.

 

E’ emerso nel 2010 un mondo di gravissime sofferenze: tentativi di suicidio, raptus, dipendenze da alcool, droghe e gioco, ma anche, appunto, Internet. Sono ferite che nei casi piu’ gravi ci trovano sgomenti ed impreparati». Don Signorile ha sottolineato a piu’ riprese, in linea con i richiami del Papa, la necessita’ di preparazione adeguata e attenta dei fidanzati. Interessante e’ poi una valutazione che don Signorile sta perfezionando. «C’e’ correlazione - ha detto - tra il luogo scelto per la celebrazione del matrimonio e il successivo naufragio coniugale». Di qui un richiamo ai vescovi perche’ si attengano alle norme ed evitino «matrimoni ridotti a cerimonie mondane». ELENA LISA Si parla di dipendenze da droga, alcol e tabacco, perche’ i loro effetti hanno l’aspetto di chi ne soffre. Le conseguenze di menti assenti, fegati alcolizzati e polmoni incatramati, sono sguardi spenti, facce smunte e corpi fragili. Le nuove dipendenze, invece, non hanno visi, ma atteggiamenti. E percio’ derubricati ad abitudini e stramberie che incuriosiscono e raramente preoccupano. «Invece - spiega Donato Munno a capo dell’ambulatorio nuove dipendenze del Servizio di PSICOLOGIA clinica all’ospedale Molinette - devastano carriere, famiglie, vite».

 

Oggi, pero’, anche la Sacra Rota, sembra essersene accorta. Si puo’ fare piu’ di quanto gia’ non si stia facendo? «E’ complicato: l’oggetto da cui dipende chi soffre di ”Iad” Internet Addiction Disorder, spesso e’ lecito e socialmente accettato. Specie nelle metropoli». Video poker e sesso virtuale, posta elettronica e social network? «Gia’, e’ tutto consentito. Percio’ chi e’ ”ammalato” nemmeno si rende conto dei rischi: banalizza e sottovaluta». Perche’ e’ un fenomeno piu’ frequente nelle citta’? «Perche’ comportamenti esagerati sono piu’ tollerati in societa’ caotiche, nevrotiche, dispersive». I torinesi ne soffrono? «Molti. Il fenomeno e’ dilagante ma sommerso. Pero’ se ne puo’ uscire. Serve tempo per una terapia che preveda sedute dallo psicoterapeuta». Gli effetti? «L’isolamento. Quando la dipendenza prende il sopravvento diventa un mostro che divora ogni cosa: il controllo delle e-mail si trasforma in ossessione, allontanarsi dal profilo Facebook e’ un’utopia anche in vacanza. E le famiglie si sgretolano». E se causa ed effetto si confondessero? Se si desse colpa ad Internet per la crisi di matrimoni e convivenze che, in realta’, non funzionano a prescindere? «Puo’ capitare. Percio’ quando le persone ci chiedono aiuto noi tendiamo a proporre una terapia di coppia». Al suo centro si rivolgono uomini e donne che dicono: «Professore, mi aiuti sto sempre al computer?» «Capita il contrario: arriva qui chi non si sente piu’ amato, chi si lamenta del comportamento altrui. Cosi’ chiediamo un incontro con il ”malato di Iad” e se ci sono i presupposti si comincia una terapia». Quali presupposti? «Quello di voler davvero uscire dalla dipendenza. Perche’ davanti al bivio Internet - matrimonio c’e’ chi non fa una grinza e sceglie il web».
 

Pubblicazione: 20-02-2011, STAMPA, TORINO, pag.63

Sezione: Cronaca di Torino
Autore: MARTINENGO MARIA TERESA;LISA ELENA

Lo psichiatra ”E’ una malattia vera Noi proponiamo la terapia di coppia”

ELENA LISA Si parla di dipendenze da droga, alcol e tabacco, perche’ i loro effetti hanno l’aspetto di chi ne soffre. Le conseguenze di menti assenti, fegati alcolizzati e polmoni incatramati, sono sguardi spenti, facce smunte e corpi fragili. Le nuove dipendenze, invece, non hanno visi, ma atteggiamenti. E percio’ derubricati ad abitudini e stramberie che incuriosiscono e raramente preoccupano. «Invece - spiega Donato Munno a capo dell’ambulatorio nuove dipendenze del Servizio di PSICOLOGIA clinica all’ospedale Molinette - devastano carriere, famiglie, vite». Oggi, pero’, anche la Sacra Rota, sembra essersene accorta. Si puo’ fare piu’ di quanto gia’ non si stia facendo? «E’ complicato: l’oggetto da cui dipende chi soffre di ”Iad” Internet Addiction Disorder, spesso e’ lecito e socialmente accettato. Specie nelle metropoli». Video poker e sesso virtuale, posta elettronica e social network? «Gia’, e’ tutto consentito. Percio’ chi e’ ”ammalato” nemmeno si rende conto dei rischi: banalizza e sottovaluta». Perche’ e’ un fenomeno piu’ frequente nelle citta’? «Perche’ comportamenti esagerati sono piu’ tollerati in societa’ caotiche, nevrotiche, dispersive». I torinesi ne soffrono? «Molti. Il fenomeno e’ dilagante ma sommerso. Pero’ se ne puo’ uscire. Serve tempo per una terapia che preveda sedute dallo psicoterapeuta». Gli effetti? «L’isolamento. Quando la dipendenza prende il sopravvento diventa un mostro che divora ogni cosa: il controllo delle e-mail si trasforma in ossessione, allontanarsi dal profilo Facebook e’ un’utopia anche in vacanza. E le famiglie si sgretolano». E se causa ed effetto si confondessero? Se si desse colpa ad Internet per la crisi di matrimoni e convivenze che, in realta’, non funzionano a prescindere? «Puo’ capitare. Percio’ quando le persone ci chiedono aiuto noi tendiamo a proporre una terapia di coppia». Al suo centro si rivolgono uomini e donne che dicono: «Professore, mi aiuti sto sempre al computer?» «Capita il contrario: arriva qui chi non si sente piu’ amato, chi si lamenta del comportamento altrui. Cosi’ chiediamo un incontro con il ”malato di Iad” e se ci sono i presupposti si comincia una terapia> >. Quali presupposti? «Quello di voler davvero uscire dalla dipendenza. Perche’ davanti al bivio Internet - matrimonio c’e’ chi non fa una grinza e sceglie il web».

pubblicazione: Cronaca di Torino
Autore: LISA ELENA

 

 

 

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18 Aprile 2011 articolo inserito in: Psicologia
La psicoterapia cambia il cervello. - di cristina

1) La psicoterapia cambia il cervello.

Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: "Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia"

ANDREA ROSSI

C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia - la «Crt» - aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina - spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta - grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale - che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io - spiega - è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche - come la gastroplastica negli obesi - possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

Lo sapevi che?

UN RAPPORTO CONTROVERSO Psiche e corpo

Solo una mente sana contribuisce a mantenere sano l’organismo: è il messaggio-base del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. Intitolato «Psychosomatic innovations for a new quality of health care», è in programma da oggi a sabato 26 settembre a Torino al Centro congressi del Lingotto.

Cause nascoste
Mente&Corpo: alcuni tra i maggiori esperti mondiali discuteranno sulle ultime ricerche di un rapporto complesso e da sempre controverso. In molte malattie organiche, infatti, sono presenti fattori psico-sociali che ne sono una causa oppure un effetto a lungo termine.

Terapie olistiche
Per i malati in cui la sindrome fisica e il disturbo mentale si intrecciano e si complicano è necessario un approccio più «ampio» dell’intervento specialistico sull’organo da curare. Ecco, quindi, l’affermarsi di un nuovo tipo di medicina più «olistica».

da "La stampa" del 23 settembre 2009.

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29 Marzo 2011 articolo inserito in: Psicologia
Depressione post-partum e Depressione Post adozione - di cristina

Depressione post-partum e Depressione Post adozione

 29 marzo 2011 by Dimitra Kakaraki

tratto da : "osservatorio di psicologia"

Commento redazionale della Dr.ssa Alessandra Fermani

Secondo un’inchiesta condotta ormai circa 10 anni fa dall’Eastern European Adoption Coalition (EEAC), ancora oggi citata poiché uno dei rari esempi di ricerca svolto sull’argomento, il 65% delle mamme adottive sono afflitte da depressione post adozione (PAD). Può sembrare strano che chi ha superato tanti ostacoli, emotivi, psicologici e burocratici si trovi poi a combattere con sintomi analoghi a quelli provocati dalla depressione post partum. In questi ultimi anni, grazie a una serie di spot di pubblicità sociale (http://www.youtube.com/user/depressionepostpartu#p/a/u/1/G-lSA5ppMFA) mandata in onda sulle reti nazionali e ai media, si sa che dopo un parto naturale può verificarsi uno stato di disagio più o meno grave che talvolta può sfociare nella violenza contro il proprio figlio e contro se stesse. In molti sanno che ciò è dovuto al calo improvviso degli estrogeni, gli ormoni del “benessere”, e alle varie concause sociali che si attivano nel microsistema in cui gravita la neo mamma: gli equilibri di coppia da ristabilire, le possibili ingerenze da parte di familiari, la rivoluzione delle vecchie abitudini di vita, il timore di confrontarsi con le responsabilità del ruolo materno.

D’altro lato, come si diceva, esiste anche una depressione post adozione, anche se spesso ciò passa sotto silenzio, la si ignora, non si legittima la sua esistenza.

La sindrome compare uno o due mesi dopo l’adozione e ha molti sintomi tipici della depressione: malinconia, irritabilità, stanchezza, insonnia, perdita di vitalità. Nello studio dell’EEAC, il 77% dei partecipanti dichiarava di avere provato gli effetti della depressione durante un periodo che variava da due a dodici mesi. Al 45% dei depressi i sintomi duravano circa sei mesi e poi la situazione si normalizzava a meno che non fossero subentrate altre variabili.

Le cause della depressione post adozione sono simili a quelle della post parto (Senecky e Coll. 2009). Recentemente in ambito medico è stata identificata come concausa del problema la caduta dei livelli di ormoni surrenalici, al momento dell’arrivo del figlio, dopo che essi hanno tenuto la coppia in uno stato di allerta durante gli anni di attesa (quindi anche in questo caso vi sarebbe un coinvolgimento ormonale, anche se relativamente a sostanze diverse: adrenalina v/s estrogeni). D’altra parte la componente psicosociale svolge un ruolo determinante. Alle neo mamme adottive si presentano tutte le difficoltà comuni alle nascite biologiche a cui si sommano quelle inerenti alla presenza di un bambino sradicato dal suo ambiente, in cui pur non trovandosi al meglio conosceva ogni granello di polvere. Un piccolo che può essere in fasi diverse del proprio sviluppo, che può non parlare la nostra lingua o essere malato o non corrispondere alle nostre rappresentazioni sociali. La nascita del legame di attaccamento, che può sembrare così “naturale” in un parto biologico, è una sfida quotidiana vissuto in adozione tra mille paure tra le quali anche quella di non essere accettati e amati dal proprio figlio.

Dal punto di vista psicologico possiamo oggettivare tre tappe che concorrono al disagio interno.

1) prima della disponibilità ad accogliere il bambino, spesso la coppia è passata attraverso il “dramma” dell’infertilità, del non sentirsi adeguata e di percepirsi osservata commiserazione dalla società. La maggior parte dei genitori adottivi hanno prima dovuto vivere il lutto del bambino biologico per decidere poi di adottare.

2) Il lungo processo preadottivo fatto di attese, tensioni e incertezze: lunghi colloqui con giudici, psicologi e assistenti sociali; anni di stress accumulato nel sentirsi giudicati; iter burocratici talvolta poco comprensibili alle ragioni del cuore; visite mediche; viaggi in Paesi culturalmente distanti; difficili rapporti interpersonali con familiari, conoscenti o colleghi talvolta insensibili e poco preparati ma che comunque con i loro commenti infelici feriscono profondamente gli aspiranti genitori.

3) Dopo il momento di gioia per l’arrivo del figlio circondati da amici, familiari, attenzioni e grande euforia lo shock, come dice Dumais (2003), di un bambino che è là per restare e che non è più il bambino di cui si guardava teneramente la foto o che avevamo abbracciato per poche ore in un orfanatrofio. Le routine sono stravolte.

I sogni, le attese irrealistiche, il rapporto col bambino che tarda a concretarsi, la mancanza di sonno, la delusione di avere un bambino che non sia conforme a quello generato nella loro immaginazione, le difficoltà nelle cose più banali e quotidiane come il rifiuto del cibo o la sua ricerca spasmodica da parte del piccolo, un bacio che viene rifiutato o pianti prolungati e incomprensibili, colpiscono con forza i genitori adottivi. Un certo numero di genitori si sente colpevole di provare dei sentimenti di ambivalenza e di collera verso il proprio bambino. In sintesi, l’attaccamento non è così scontato e i genitori che covano la speranza di essere immediatamente amati da bambini grati restano disorientati. Secondo gli intervistati all’epoca dell’inchiesta dell’EEAC, l’attaccamento vero al bambino si realizza in un periodo che varia da due a sei mesi.

La mancanza di preparazione all’arrivo del bambino adottato e la mancanza di sostegno una volta che questo bambino è arrivato, come esiste nel caso di una nascita, contribuiscono ad aggravare la situazione depressiva. Il livello interpersonale e intergruppale, in un momento in cui per effetto spot light ci si sente al centro dell’attenzione, sono fondamentali per soddisfare quel naturale bisogno di normalità e accettazione: non sentirsi diversi dalle altre famiglie, non sentire il sociale ostile o compassionevole come se si fosse fatta una scelta per causa di forza maggiore. Non per niente la maggior parte dei genitori adottivi al rientro si sente sommerso da commenti superficiali pronunciati da persone incuriosite anche se in buona fede quali: “ma come vi somiglia”; “ma gli direte che è adottato?”; “vedrai che adesso che sei più tranquilla rimarrai incinta”; “sembra proprio vostro figlio, non si direbbe che non sia un bambino italiano”; “conosco un’altra famiglia che ha adottato e il figlio è riuscito benissimo”; “siete stati degli eroi”.

Come sottolinea Dumains, l’ambiente dunque, non comprende perché dopo avere aspettato tanto e tanto voluto questo bambino, una persona si senta depressa. Consapevoli di ciò, per timore di deludere e di sconvolgere il loro microsistema, parecchi genitori adottivi tacciono la loro sofferenza, una sofferenza spesso corredata da delusione, rimorso, vergogna e colpevolezza. Non è raro che il bambino si attacchi solamente ad uno dei suoi genitori. Il genitore abbandonato racconta di sentirsi triste e deluso, spesso è proprio la mamma a subire l’aggressività maggiore da parte del piccolo perché identificata con la madre naturale colpevole dell’abbandono.

Ci si aspetterebbero coppie consce delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare: bambini che non sono più dei neonati, dunque che hanno un passato di cui si ignora la storia e che hanno vissuto spesso in realtà istituzionale. Tutti i genitori adottivi accolgono dei bambini che hanno sofferto più o meno consciamente per una perdita o per l’abbandono e dovrebbero sapere che i bambini possono avere difficoltà e problemi di ordine scolastico, neurologico, psicologico e medico. Le coppie dovrebbero essere preparate ma tra il concetto concreto e quello astratto prodotto dalle illusioni del Sé possono verificarsi delle idiosincrasie.

Nel caso dell’adozione nazionale e di quella internazionale il supporto dei Servizi, dell’Ente, la conoscenza di altre famiglie che hanno già adottato e magari sono disponibili al confronto, in generale, reti familiari e sociali su cui poter contare fanno la differenza per affrontare le difficoltà della nuova condizione. Diventa allora importante dare maggiore luce a questa problematica dicendo che la depressione post adozione è una sindrome che può verificarsi al di là di tutto l’amore che si prova per il proprio figlio e di quanto lo si è desiderato.

La chiave della sopravvivenza alla depressione risiede nella preparazione e come nel caso dell’arrivo di un bambino biologico, un tempo di adeguamento è necessario. Restare vicino al bambino è essenziale perché l’attaccamento richiede molto tempo, non scatta nel momento in cui inizia la convivenza della nuova famiglia.

Harriet McCarthy (2007) della Eastern European Adoption Coalition dice: “Consiglio a mamme e papà di chiedere un lungo congedo dal lavoro. E di dedicarsi con calma a quella novità che rivoluziona le loro vite. Ma è necessario che la coppia riservi almeno un’ora al giorno tutta per sé: il bambino deve capire che non c’è solo lui”.

Il periodo dell’adozione non cessa il giorno in cui il bambino valica i confini del suo Paese di adozione. Un viaggio geografico si è concluso ma ora inizia quello più lungo del cuore che dura tutta una vita.

Bibliografia e sitografia

Dumais, N. (2003). Fleurs du Monde. Journal de l’association Familles au coeur québécois.

McCarthy, H. (2007). Who to do if this happens to you. www.rainbowkids.com

Post-adoption depression among adoptivemothers. Journal of Affective Disorders. 115. 62-68.

S.P.A.I (2011). Il medico con noi, S.P.A.I. News. 25, 2-3

Senecky, Y., Agassi, H., Inbar, D., Horesh, N., Diamond, G., Bergman, Y. S., Apter, A. (2009).

www.adoptionissues.org

www.adoptionarticlesdirectory.com

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22 Febbraio 2011 articolo inserito in: Psicologia
adolescenti e alcol - di cristina

adolescenti e alcool, allarme per il "binge drinking"

Si chiama “binge drinking” ed è l’abitudine a bere in modo compulsivo oltre le proprie possibilità, con lo scopo preciso di ubriacarsi e perdere i sensi. Un vero e proprio problema psico-sociale che sta dilagando tra gli adolescenti, non solo all’estero, ma anche in Italia: nel nostro paese il problema nel corso del 2009 ha riguardato il 12,4% degli uomini e il 3,1% delle donne ed è ormai abitudine stabilmente diffusa, soprattutto nella popolazione maschile tra i 18-24 anni (21,6,1%) e i 25-44 anni (17,4%). Ma, dato più sconcertante, il fenomeno è in crescita tra le donne, soprattutto le giovanissime.: pratica il binge drinking anche una buona percentuale di donne fra i 18 e i 24 anni (7,9%) e per la prima volta nella fascia di età tra gli 11 e i 15 anni il disturbo è più diffuso tra le femmine che fra i coetanei maschi.
I dati sono contenuti nella settima Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati da ministero della Salute e Regioni in attuazione della Legge 30.3.2001 n. 125 “Legge quadro in materia di alcol e problemi alcolcorrelati” trasmessa dal ministero nel dicembre 2010 ai Presidenti di Camera e Senato.
Questi numeri, sottolinea il ministero, confermano il progressivo allontanamento del nostro Paese dal tradizionale modello di consumo mediterraneo.
In generale, il consumo a rischio riguarda il 15,8% degli italiani al di sopra degli 11 anni, per un totale di quasi 8 milioni e mezzo di persone. Tra esse in particolare circa 475.000 minori (il 18,5% dei ragazzi e il 15,5% delle ragazze al di sotto dei 16 anni), in cui il consumo dovrebbe essere pari a zero; e circa 3 milioni di anziani (il 44,7% dei maschi e l’ 11,3% delle femmine di oltre 65 anni) in cui il consumo a rischio coincide prevalentemente con il consumo giornaliero non moderato, soprattutto durante i pasti.
Le ragazze sotto i 16 anni hanno per la prima volta superato i ragazzi nel “binge drinking”, tanto da indurre il ministero a sollecitare “interventi gender oriented che tengano conto della specificità del rischio femminile e siano in grado di contrastare i modelli e le culture del bere che minacciano la salute e la sicurezza della donna. In generale, tra i giovani c’è una grande diffusione di consumi a rischio, che riguardano circa 1 milione e 200 mila soggetti fra gli 11 e i 24 anni. Si tratta soprattutto di binge drinking e consumo fuori pasto, quest’ultimo particolarmente cresciuto negli ultimi 15 anni, soprattutto tra i giovanissimi di 14-17 anni e in particolare tra le ragazze, tra cui la prevalenza si è quasi triplicata nell’ultimo quindicennio”.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità circa uno su cinque dei casi di intossicazione acuta alcolica che giungono al Pronto Soccorso riguardano ragazzi al di sotto dei 14 anni. Altri problemi nascono dalla diffusione di un uso dell’alcol simile a quello delle altre sostanze psicoattive, con finalità di sballo e ricerca dell’ubriachezza, dato anche il basso costo e la grande disponibilità di alcune bevande alcoliche; uso che rischia tra l’altro di fungere da ponte verso le sostanze psicoattive illegali. La diffusione di un policonsumo di sostanze psicoattive legali e illegali viene confermata da varie fonti e la rilevazione del Ministero della Salute sui comportamenti di consumo degli utenti dei servizi alcologici segnala che circa il 10% fa uso anche di sostanze stupefacenti.
Gli alcol-dipendenti in trattamento nei servizi pubblici sono in costante crescita: dal 1996 e nel 2008 ne sono stati rilevati 66.548. Fra essi in particolare la percentuale degli utenti al di sotto dei 30 anni rappresenta il 10,2% del totale, con un valore in crescita rispetto a quello rilevato nel 2007 (10%). Inoltre nei servizi alcologici si conferma una stabile percentuale di giovani utenti di età inferiore ai 20 anni la cui entità, di poco inferiore all’1%, è tuttavia in costante crescita nel lungo periodo.
 

Tratto da: "figli e famiglia" del 12.2.2011

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