06 Settembre 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
morte prematura e obesità - di fabrizio

Morte prematura: obesità più micidiale del fumo

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

L’obesità miete più vittime del fumo

A quanto pare l’epidemia di obesità che affligge il mondo occidentale sembra diventare inarrestabile e le autorità sanitarie mondiali lanciano l’allarme: i problemi legati alla dieta scorretta e al sovrappeso stanno diventando la causa principale di morte prematura; ancora di più che non il fumo.

Uno studio australiano ha addirittura scoperto che, proprio in Australia, l’obesità è già la principale causa di morte prematura, superando di fatto il numero di vittime causate dal vizio del fumo.
Gli esperti australiani concordano sul fatto che, sia la propria patria che il resto del mondo, probabilmente non sono preparati ad affrontare l’ondata di problemi di salute legati a questa condizione.
Nel solo continente australe in soli 6 anni i problemi legati al sovrappeso sono più che raddoppiati. Nel 2006, per esempio, rappresentavano l’8,7% di tutte le patologie. Oggi le malattie correlate al vizio del fumo rappresentano il 6,5% e hanno ceduto il primato ai problemi di peso.

Gli sforzi fatti per far diminuire il consumo di tabacco si sono probabilmente mostrati e il calo dei problemi di salute collegati ne è una prova. Per contro, i problemi legati all’obesità sono diametralmente aumentati, tanto che il professor Mike Daube, presidente del Public Health Association of Australia, ha dichiarato che la “crisi obesità” non è in arrivo, ma è già arrivata.
Ora saranno necessari maggiori sforzi per concentrare le azioni in favore di una campagna di sensibilizzazione sul problema, con la speranza che si ottengano risultati degni di nota per non doversi ritrovare tra breve a dover fronteggiare una vera e propria epidemia incontrollabile.
«I leader politici dovrebbero prendere in considerazione non solo i miglioramenti del sistema ospedaliero, ma come fermare letteralmente centinaia di migliaia di morti evitabili», ha commentato Daube.

Secondo i dati più del 60% degli australiani e un bambino su quattro, sono in sovrappeso. In Italia la situazione non ancora così drammatica, tuttavia con il nostro 32% di persone in sovrappeso ci stiamo avvicinando alla meta.
Il costo stimato per la società dei problemi legati all’obesità è stato di 19 miliardi di dollari australiani soltanto nel 2008.
(lm&sdp)

 

Da la stampa, foto da flickr
 

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17 Agosto 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Ingrassare dopo i 50 alza il rischio diabete - di fabrizio

 Peso e diabete

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

L’eccesso di peso è uno dei fattori di rischio maggiori per l’insorgenza di diabete di tipo 2 in soggetti di giovane e mezza età. Fino a oggi, però, mancavano dati statistici di rilievo nei soggetti più anziani, dai 65 anni in su. Ecco allora che i risultati di questo studio prospettico statunitense, durato diciotto anni e condotto su 4.193 potenziali pazienti, offrono un quadro di grande interesse. Il campione è stato sottoposto a misurazione del peso corporeo totale e distribuzione del grasso all’inizio dello studio e poi ogni tre anni, per un periodo medio di 12,4 anni. L’eventuale presenza di diabete veniva misurata costantemente e se ne conclamava la comparsa con glicemia a digiuno superiore a 126 mg/dL. Durante questo lasso di tempo, si sono registrati 339 nuovi casi diabete di tipo 2. La valutazione dell’incremento ponderale e la localizzazione dei chili in eccesso ha dimostrato che c’è un legame stretto e documentabile tra chi ingrassa e l’insorgenza della malattia, che può addirittura triplicare il rischio di diabete nei soggetti che, a partire dai cinquant’anni, hanno accumulato nove o più chili. «Inoltre se i chili in eccesso si concentrano nella zona addominale il rischio è ancora maggiore» conclude Mary Biggs, ricercatrice dell’università di Washington. «Questo studio evidenzia quindi che ingrassare rappresenta un fattore di rischio di insorgenza di diabete a ogni età e interessa tutti senza distinzioni, over 65 compresi».
Fonti
JAMA. 2010 Jun 23;303(24):2504-12 da doctor news, foto flickr
 

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17 Agosto 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il diabete raddoppia il rischio di malattia vascolare - di fabrizio

Il diabete raddoppia il rischio di malattia vascolare
 

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

 

Il diabete conferisce un rischio aggiuntivo circa doppio per un ampio spettro di malattie vascolari, indipendentemente da altri fattori di rischio convenzionali. Nelle persone senza diabete, al contrario, la concentrazione glicemica a digiuno è modestamente e non linearmente associata con il rischio di malattie vascolari. È l’interpretazione che l’Emerging Risk Factor Collaboration (Erfc) dell’Università di Cambridge dà ai risultati di una metanalisi condotta su 102 studi prospettici, per un totale di 698.782 persone. Sono stati selezionati dati individuali relativi al diabete, alla glicemia a digiuno e ad altri fattori di rischio in persone senza malattia vascolare iniziale. Le hazard ratio (Hr) aggiustate del diabete sono state: 2,00 per malattia coronarica, 2,27 per ictus ischemico, 1,56 per ictus emorragico, 1,84 per ictus non classificato, 1,73 per l’aggregato di altre morti vascolari. Le Hr non sono cambiate in modo apprezzabile dopo ulteriore correzione per marker lipidici, infiammatori o renali. Le Hr per coronaropatia sono risultate più alte nelle donne rispetto agli uomini, tra i 40 e i 59 anni piuttosto che a 70 anni e oltre, e nelle malattie fatali rispetto a quelle non fatali. Con una prevalenza nella popolazione adulta pari al 10%, si è stimato che il diabete determini l’11% delle morti vascolari. La concentrazione glicemica a digiuno non è apparsa correlata in modo lineare al rischio vascolare; in particolare non sono emerse associazioni significative tra 3,90 mmolL e 5,59 mmol/L. A confronto con questo intervallo di valori, le Hr per malattia coronariche si sono attestate su: 1,07 per livelli inferiori a 3,90 mmol/L, 1,11 per valori compresi tra 5,60 e 6,09 mmol/L e 1,17 per livelli posti tra 6,10 e 6,99 mmol/L. Nelle persone senza storia di diabete, un’informazione sulla concentrazione glicemica a digiuno o su uno status glicemico ridotto a digiuno, quando aggiunta ai dati relativi a vari altri fattori di rischio convenzionali, non ha consentito di migliorare la predizione di malattie vascolari.

da doctor news, foto flickr
 

 

 

 

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28 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il male oscuro dei reduci da Kabul - di fabrizio

 
Il male oscuro dei reduci da Kabul

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

 

Migliaia di soldati Usa soffrono di malesseri provocati dalle esplosioni: svenimenti e confusione
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Perdere l’orientamento all’incrocio sotto casa, dimenticarsi di allacciare la cinta dei pantaloni, reagire con aggressività se contraddetti in una discussione banale o perdersi nel vuoto durante una conservazione in famiglia: sono alcuni dei sintomi più comuni del «Ptsd», la «malattia invisibile» che ha già colpito 300 mila veterani di Iraq e Afghanistan obbligando il presidente Barack Obama a varare nuovi regolamenti per facilitare l’elargizione di benefici ai chi ne è colpito. «Ptsd» è l’acronimo di «disordine da stress post-traumatico» e si verifica quando un individuo subisce colpi fisici o shock emotivi che causano mutamenti nel funzionamento del cervello, comportando malanni fisici o psichici. Per gli storici militari gli antenati sono le malattie denominate «Fatica di battaglia», «Il cuore del soldato» o «Shell Shock» (Shock da bomba) diagnosticate dai soldati dalla rivoluzione americana alla Guerra di Corea, ma il Pentagono si trovò per la prima volta a trattare casi di «Ptsd» fra i reduci del Vietnam. Si trattava però di numeri esigui mentre uno studio della Rand Corporation, pubblicato nel 2009, ha attestato che ne soffre il 20 per cento dei soldati che hanno servito in Iraq o Afghanistan, circa 300 mila militari.In alcuni casi il «Ptsd» si manifesta come una «forte depressione» o viene classificato «Tbi» - la ferita traumatica cerebrale - ma la genesi, secondo uno studio del Dipartimento degli Affari per i Veterani, è comunque sempre riconducibile a eventi simili ovvero l’esplosione ravvicinata di bombe che investono blindati progettati per resistervi ma con sobbalzi tali da provocare danni cerebrali. Più bombe «ied» esplodono lungo le strade percorse dai mezzi, più vittime da street si contano. Se nell’autunno del 2008 su 3800 feriti di guerra gravi rimpatriati in America a mostrare i sintomi del disordine post-traumatico era il 38 per cento, l’anno seguente la percentuale era salita al 52 per cento e nello scorso aprile si è impennata al 58 per cento, su 6500 feriti complessivi.È stata l’entità del fenomeno a spingere la Casa Bianca a rivedere i regolamenti del Pentagono che rendevano lunga a complessa la prassi per assegnare i benefici economici alle vittime di «Pdts», pari a circa 2700 dollari al mese. Se finora si chiedeva ai soldati di documentare le circostanze dell’evento traumatico, adesso i dottori daranno la prevalenza all’importanza delle manifestazioni esteriori della malattia, senza chiedere la relativa documentazione.È stato lo stesso presidente Obama ad annunciare la svolta - entrata in vigore il 13 luglio - parlando di «un passo a lungo atteso che aiuterà i veterani di tutte le guerre» alle prese con «le ferite emotive e nascoste». Fra i militari che si gioveranno dei nuovi regolamenti c’è il sergente dei Marines James Ownbey, il cui blindato nel 2007 in Iraq venne scaraventato talmente in alto da tranciare i cavi dell’elettricità e il pluridecorato soldato Jonathan Schulze che nel 2008 tentò il suicidio.In singolare coincidenza con la decisione della Casa Bianca, il dramma di una famiglia alle prese con il «Ptsd» è entrato nei salotti di milioni di americani grazie al serial tv «Army’s Wives» (Le mogli dell’esercito) nel quale una delle protagoniste è la donna colonnello Joan Burton (interpretata da Wendy Davis) reduce da Afghanistan e Iraq che rifiuta di ammettere la propria malattia fino a quando non cade a terra mentre ha in braccio la figlia di appena un anno di età.Il conflitto fra Joan e il marito racconta le difficoltà di avere a che fare con una «ferita che non si vede» perché chi l’ha subita tende a ignorarla mentre i suoi parenti e amici sono i primi ad accorgersi del cambiamento avvenuto, innescando tensioni devastanti sui gruppi famigliari. «Ho chiarito alla catena di comando - è stata la promessa di Obama - che bisogna aiutare i soldati in stato di bisogno perché il nostro sacro dovere verso chi veste la divisa non termina quando tornano dalle zone di combattimento».

Copyright ©2010 La Stampa, foto flickr

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24 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Problemi cognitivi associati a ipercolesterolemia familiare - di fabrizio

Problemi cognitivi e ipercolesterolemia

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Elevata incidenza di alterazioni cognitive lievi con ipercolesterolemia familiare. Si tratta delle conclusioni di uno studio pubblicato su American Journal of Medicine che, in contrasto a precedenti risultati secondo cui l’ipercolesterolemia sporadica non sarebbe correlata allo sviluppo di problemi cognitivi, ha per la prima volta dimostrato che l’esposizione precoce ad alti livelli di colesterolo, così come disfunzioni dei recettori dell’Ldl rappresenterebbero un importante fattore di rischio delle suddette alterazioni. Daniel Zambón e collaboratori dell’Unitat de Lípids, Institut d’Investigacions Biomédiques August Pi Sunyer, Hospital Clinic di Barcellona, hanno sottoposto circa 120 individui ultracinquantenni a tredici specifici test neuropsicologici e ad analisi mediante "neuroimaging". Nei pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare è stato registrato un maggiore tasso di disfunzioni cognitive lievi rispetto ai soggetti non ipercolesterolemici (21,3% vs 2,9%; p = 0,00). Nessuna associazione è stata riscontrata tra diagnosi di disfunzioni cognitive e patologie cerebrali strutturali.

Am J Med. 2010 Mar;123(3):267-274. da dica 33 news, foto flickr
 

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