05 Settembre 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Troppo grassi per rimanere con i genitori. - di fabrizio

Nutrizionista Tondat, 338 3642035 Moncalieri, Torino

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Troppo grassi per rimanere con i genitori.  In Scozia quattro bambini tra gli 11 e i 5 anni sono stati tolti alla famiglia per questioni di obesità. Ora i piccoli potrebbero essere adottati e rischiano di non vedere mai più mamma e papà. Il caso, il primo del genere in Gran Bretagna, ha scatenato una ridda di critiche. Si parla di una campagna discriminatoria nei confronti di chi è grasso e di indebita ingerenza nella vita privata delle persone. Quello che è certo è che la famiglia ricorrerà. Se è il caso anche alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. «Forse non siamo dei genitori perfetti — ha detto in lacrime la mamma, 42 anni, al Mail On Sunday, il domenicale che ha rivelato la notizia tutelando però i minori con l’anonimato — ma amiamo i nostri figli con tutto il cuore. È insostenibile pensare a un futuro senza di loro. Ci hanno preso di mira per via della nostra stazza e non ci hanno più lasciato andare. Vi giuro che abbiamo fatto di tutto per perdere peso. Sembra quasi che persino i criminali abbiamo più diritti umani di noi».

 

La coppia, che ha in tutto sette figli e vive a Dundee, aveva già ricevuto un ultimatum dai servizi sociali nel 2008. Allora i bambini erano sei: il dodicenne pesava cento chili mentre sua sorella, 11 anni, raggiungeva i 76 e la piccolina di tre anni i 25. Ai genitori era stato ordinato di mandare i figli a lezione di calcio e danza e di provvedere a un’alimentazione sana senza cibo spazzatura. Passano tre mesi e il piano non funziona; i minori vengono dati in affidamento una prima volta. La coppia, che non è accusata di alcun abuso, protesta disperatamente e allora il Comune decide di varare un insolito programma di monitoraggio: per due anni la famiglia viene alloggiata in una casa stile Grande Fratello, sorvegliata a vista durante i pasti da un assistente sociale che prende nota delle cose che non vanno. Le regole sono rigide: per tutti vige un coprifuoco alle 11 di sera. L’iniziativa, secondo l’avvocato difensore Joe Myles, causa più danni che altro: «Li hanno fatti vivere sotto un microscopio, accusandoli in continuazione di non essere all’altezza». «Mangiare con qualcuno che ti guarda è intollerabile — ha detto il capofamiglia che pesa più di cento chili e ha 56 anni — Ci hanno trattato come bambini e tagliato fuori dal mondo. Noi abbiamo fatto di tutto: mia moglie ha cucinato cibo sano, abbiamo abolito gli snack e dato ai bimbi dolci solo il sabato. Ma nulla è bastato».

Martedì scorso gli assistenti sociali hanno deciso che l’esperimento era fallito e che i quattro bambini più piccoli, tre femmine e un maschio, sarebbero stati dati di nuovo in affidamento. Questa volta in via definitiva. Il Mail on Sunday racconta che gli altri tre figli della coppia sono sconvolti: «Si dovrebbero vergognare — ha dichiarato una delle ragazze —. Il peso è una questione personale e non riguarda gli assistenti sociali. I miei genitori sono della brava gente. Cosa succederà ora ai miei fratelli più piccoli?». Tam Fry, presidente onorario della Child Growth Foundation, ha definito il provvedimento «una disgrazia. Queste persone hanno cercato di collaborare e tuttavia perdono lo stesso i loro bambini. È assurdo». Dal canto suo il Comune preferisce non entrare nel merito della vicenda e si limita a sottolineare che il suo staff «lavora sempre nell’interesse dei minori con in mente il loro benessere e la loro sicurezza».

da corrriere.it di  Monica Ricci Sargentini, foto flickr

problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, nutrizionista

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01 Agosto 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore - di fabrizio

Nutrizionista Fabrizio Tondat, Biologo 338 3642035: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri
http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore
Posted on 29 maggio 2011 by Immacolata Patrone
 

 

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo zen ha un effetto analgesico. Durante l’esercizio della concentrazione “positiva”, nel cervello si accendono alcune aree e se ne spengono delle altre in un’azione “combinata” che riduce la sofferenza anche del 40%

 

di ADELE SARNO

ROMA – Altro che analgesici: quando il dolore è troppo forte basta un’ora di meditazione. La capacità di concentrare la propria mente e liberarla dai pensieri negativi, infatti, avrebbe il potere di ridurre l’intensità del dolore fino al 40%. Non solo, abbasserebbe del 57% anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Queste “certezze” sono il punto d’arrivo di uno studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, secondo il quale lo zen batte i farmaci perché è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità. In altre parole, dicono i ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem (Usa), la meditazione ha il potere di “assopire” la corteccia somatosensoriale e di “svegliare” il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. Questa azione “combinata” sulle aree che governano la percezione del dolore ha un potere analgesico.

“L’effetto che abbiamo riscontrato è sorprendente – spiega Fadel Zeidan, autore dello studio – basti pensare che la morfina o altri antidolorifici riducono in media il dolore del 25%”. Per testare gli effetti postivi della meditazione sul dolore, il team ha coinvolto 15 volontari. Tutti erano novizi dello zen. Per questo il campione è stato invitato a partecipare a un corso intensivo di una paricolare forma di meditazione, chiamata ‘mindfullness’. Ogni lezione di “attenzione focalizzata” durava 20 minuti, durante gli incontri ai partecipanti si chiedeva di concentrare la mente sul respiro, di mandare via pensieri intrusivi ed emozioni negative.

Contemporaneamente gli studiosi, con un’apposita apparecchiatura sistemata sotto la gamba destra dei soggetti, generavano per cinque minuti un calore dolorifico, raggiungendo una temperatura di 49 gradi centigradi. Prima e dopo le lezioni, i ricercatori fotografavano ciò che accadeva nel cervello dei partecipanti grazie a una speciale risonanza magnetica, chiamata Arterial spin labelling. Questa particolare tecnica è in grado di rilevare, attraverso la mappatura del flusso sanguigno, l’intensita del dolore. Così registravano le reazioni dei partecipanti al dolore sia durante l’esercitazione sia mentre erano a riposo. E’ emerso che la meditazione spegne il dolore riducendolo del 40%, con delle punte del 93% in alcuni volontari.

A livello cerebrale le scansioni hanno messo in evidenza una riduzione significativa dell’attività della corteccia somato-sensoriale, un’area fortemente coinvolta nella genesi della sensazione di dolore. Contemporaneamente si iperattivavano anche altre zone: il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. “Queste regioni cerebrali – dicono i ricercatori – plasmano il modo in cui il cervello costruisce l’esperienza del dolore a partire dai segnali nervosi provenienti dal corpo”. Una delle ragioni per cui la meditazione può essere stata così efficace nel bloccare il dolore è che non agisce su una singola regione del cervello, ma a più livelli.

”Questo studio – dice Fadel Zeidan – mostra che la meditazione produce effetti realmente positivi sul cervello. E che quindi potrebbe garantire il controllo del dolore senza l’utilizzo di farmaci”.

(05 aprile 2011)

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/04/05/news/la_meditazione_riduce_il_dolore_del_40_-14538436/?ref=HREC2-12, foto flickr
 

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28 Luglio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Latte vaccino e diabete di tipo 1 - di fabrizio

Nutrizionista Fabrizio Tondat, Biologo 338 3642035: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri
http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Il rischio di diabete di tipo 1 è minore nei bambini che non vengono nutriti con proteine di latte vaccino.

Secondo un nuovo studio pubblicato in giugno nell’American Journal of
Clinical Nutrition, i bambini che non sono esposti alle proteine del
latte vaccino durante l’infanzia possono avere un rischio minore di
sviluppare il diabete di tipo 1. Questi risultati arrivano dal trial
TRIGR - Trial to Reduce Insulin-dependent diabetes mellitus in the
Genetically at Risk (Trial per ridurre il diabete mellito
insulino-dipendente nelle persone geneticamente a rischio).

Durante lo studio, le donne che partecipavano venivano incoraggiate ad allattare al seno. A quelle che poi passavano ai latti formulati, veniva fornita una formula speciale in cui le proteine venivano modificate in modo che non rimanesse alcuna proteina intatta del latte di mucca.

I risultati finali sono ancora in corso di valutazione, tuttavia lo
studio pilota, che comprende 230 bambini seguiti fino a circa 10 anni d’età, ha mostrato che coloro che erano stati nutriti con la
formulazione speciale avevano il 50% di probabilità in meno di
sviluppare il diabete di tipo 1, rispetto ai bambini che avevano
consumato il normale latte formulato a base di latte vaccino.

Lo studio aggiunge quindi ulteriori evidenze alla teoria nota da tempo secondo cui le proteine del latte vaccino attiverebbero la produzione di anticorpi in grado di distruggere le cellule produttrici di insulina nei bambini.

Fonte:
Knip M, Virtanen SM, Becker D, Dupré J, Krischer JP, Akerblom HK. Early
feeding and risk of type 1 diabetes: experiences from the Trial to
Reduce Insulin-dependent diabetes mellitus in the Genetically at Risk
(TRIGR). Am J Clin Nutr. Published ahead of print Jun 8, 2011.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21653795

da: newsscienzavegetariana.it, foto flick

 

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26 Luglio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
I disturbi alimentari nell’infanzia - di fabrizio

I disturbi alimentari nell’infanzia
di Fabiola De Clercq - 31/01/2011

L’insorgenza dei disturbi alimentari si fa ogni anno più precoce. I segnali però che la preannunciano sono spesso numerosi, basta saperli leggere per intervenire prima che sia troppo tardi

L’età dei disturbi alimentari si sta progressivamente abbassando e i primi sintomi possono comparire già nei primi mesi di vita.

L’inappetenza, il disordine alimentare, l’obesità infantile e tutte le manifestazioni psicosomatiche come i ripetuti attacchi di acetone, le allergie, le coliche, sono linguaggi del disagio. Bisogna imparare a leggerli, ad ascoltarli.

La diagnosi precoce consente di curare il disturbo con facilità, senza lasciare tracce. Per la mia esperienza, quasi tutte le ragazze che in adolescenza si sono ammalate di anoressia e bulimia avevano inviato durante l’infanzia infiniti segnali, tutti ignorati dai genitori.

Scegliendo il digiuno, è come se avessero drasticamente alzato il tiro.
Diagnosticato in tempo, prima che si trasformi in un sintomo anoressico strutturato e rigido, il disturbo alimentare può essere curato.

A volte bastano poche sedute, due o tre incontri con i genitori per rimettere in moto la comunicazione interrotta. Per tornare alle parole, ai gesti anziché al ricatto alimentare.

Ma perché un bambino smette di mangiare? Cosa lo spinge a interrompere il legame con la madre, quasi volesse riscrivere il linguaggio dell’imboccare e del nutrire?

Sembra che il cibo sia la preoccupazione principale dei genitori. Basta assistere a un’assemblea di una scuola elementare: nessuno interviene sui programmi o sul materiale didattico, ma appena si parla della mensa, tutti vogliono parlare, le madri si infervorano a discutere di diete bilanciate, menù settimanali.

I figli non sono tubi digerenti, caso mai sono spugne sensibilissime, che assorbono emozioni, tensioni, clima familiare.
Se i genitori si nascondono dietro l’utopia dell’accudimento alimentare, prima o poi, il bimbo impara a usare il cibo come un alfabeto.

L’anoressia è la messa in scena di un rifiuto, un modo di dire no all’affetto surrogato, a un rapporto freddo, ingessato sul dovere, sul fare, sul riempire.
Dire no al cibo equivale a dire no a un surrogato dell’affetto. E’ un messaggio lanciato ai genitori, una richiesta di aiuto e di attenzione.

La bulimia è l’altra faccia della solitudine: non chiedo più nulla a chi non mi sa amare. Faccio da solo, mangio tutto. Al punto che il cibo diventa una specie di oggetto transazionale. L’equivalente patologico del succhiotto, dell’orsetto. È la coperta di Linus, il compagno che rende più sopportabile la lontananza o peggio la latitanza della madre.

L’enfasi sull’alimentazione nasce da un paradosso, da un ribaltamento dell’ordine affettivo: prima si desidera un bambino, poi ci si dovrebbe prende cura di lui, ma a volte alcuni genitori si scoprono freddi e distanti e si preferisce chiedere continuamente al piccolo "Perché non mangi?" invece di interrogarsi sui suoi stati d’animo e su quello che sente chiedendogli "Perché sei triste?".

foto da flikr
 

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19 Luglio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
In Italia un diabetico su cinque sotto i 55 anni - di fabrizio

Nutrizionista Fabrizio Tondat, Biologo 338 3642035: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Gli Annali dell’associazione medici diabetologi (Amd), database

che raccoglie informazioni su più di 430 mila italiani con diabete, devono diventare per le Regioni e i Ministeri un modello di riferimento per migliorare assistenza e qualità dei servizi. Lo chiedono i medici dell’Amd, che ieri a Milano hanno presentato il loro convegno nazionale, in calendario dal 18 novembre a Firenze. Dai dati raccolti emerge un quadro del paziente diabetico in Italia: quasi uno su cinque ha meno di 55 anni, mentre il 91,9% è colpito da diabete di tipo 2 e in questi casi uno su 10 ha tra 45 e 55 anni, mentre il 4% ha meno di 45 anni. Questo, per gli esperti, significa che la malattia non è più una malattia senile. Inoltre, per la prima volta e da quest’anno, l’efficacia e la qualità della cura nei Centri viene valutata con un indice, lo score Q ideato da Antonio Nicolucci e dal gruppo di lavoro del Consorzio Mario Negri Sud: «Si tratta di una misura che valuta dal punto di vista qualitativo le cure e l’assistenza prestata» spiega Carlo Giorda, vicepresidente Amd «e conseguentemente l’efficacia nel prevenire le complicanze tipiche del diabete, dall’infarto all’ictus, ai disturbi alla vascolarizzazione», fino alla mortalità dei pazienti. In particolare, a ciascuna modalità assistenziale viene assegnato un punteggio da 0 a 40: se inferiore a 15 il rischio di complicanze è dell’80%, tra 15 e 25 il rischio è del 20%, per abbassarsi ulteriormente sopra il 25. Secondo Giorda, «l’indice Q dell’assistenza italiana è positivo: 24,9 nel diabete di tipo 1, con i centri più efficienti al 29,1, e 24,3 in quello di tipo 2, con l’elite al 27,5». Rispetto alla prima rilevazione del 2006, infine, è migliorata la percentuale di diabetici che misura l’emoglobina glicosilata, superiore al 90% (94,7% nel tipo 1 e 92,3% nel tipo 2) rispetto all’84% di cinque anni fa. Da doctor news, foto flickr

 

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