05 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
la ricerca dimostra che le coccole di mamma aiutano a crescere bene - di cristina

ANALIZZATI NEONATI DEGLI ANNI ‘60: GLI PSICOLOGI LI HANNO INTERVISTATI 34 ANNI DOPO

articolo di Eva Perasso, tratto da Corriere della Sera.it

 

Coccole di mamma per crescere bene

 

Se l’affetto materno nei primi mesi di vita non manca,
è più probabile essere degli adulti sereni e senza stress
MILANO - Un gruppo di quasi 500 piccoli di 8 mesi di vita, a metà degli anni Sessanta, furono osservati insieme con le loro mamme nel momento più dolce e delicato della loro esistenza, quello delle coccole e del contatto fisico e affettivo tra genitore e figlio.

Gli stessi piccoli, 34 anni dopo, sono stati intervistati per poter cogliere gli effetti di tale legame sulla loro psiche e in particolare, per analizzare i loro comportamenti nei momenti più difficili. Con un risultato che, sebbene possa apparire ovvio, dimostra su base scientifica per la prima volta quel che si tramanda di madre in figlio: le coccole aiutano a crescere sani e forti.

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi

LO STUDIO - Pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, lo studio è stato condotto da alcuni psicologi della Duke University, a Durham, North Carolina. Tutto iniziò negli anni Sessanta, quando 482 mamme di bimbi di 8 mesi di Providence, nel Rhode Island, furono sottoposte a un programma sperimentale di analisi e studiate dai ricercatori per coglierne i livelli di affettività nei confronti dei figli. A distanza di 34 anni, alla fine degli anni Novanta, gli stessi neonati divenuti adulti sono stati ricontattati e sottoposti a un questionario e a interviste per verificare alcune dinamiche comportamentali.

I RISULTATI -

Tra le mamme degli allora cuccioli, circa l’85 per cento aveva dimostrato livelli di affetto considerati nella norma, il 10 per cento invece si mostrava meno attaccata, e c’era un 5 per cento di mamme super-affettive. E le sorprese arrivano proprio tra i figli delle mamme di questa categoria, dove si totalizzano i punteggi migliori quanto a tranquillità, assenza di stress e problemi psicologici. In questo gruppo c’è chi si dichiara meno ansioso (il 14 per cento) e chi si mostra meno stressato rispetto ai coetanei intervistati (il 9 per cento). A dimostrare che nei primi mesi di vita l’affetto materno, e il bonding, lo speciale legame tra madre e figlio, sono fondamentali anche per il futuro sviluppo psicologico. La ricerca è una delle prime ad analizzare gli effetti delle coccole ricorrendo a un’analisi sul campo, invece che basarsi, come è accaduto più volte in passato, sul semplice ricordo dell’infanzia da parte degli intervistati ormai adulti.

 

 

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05 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
verso una pedagogia dell´empatia - di cristina

Verso una pedagogia dell’empatia

tratto da LA STAMPA, 12 luglio 2010, articolo di ROSALBA MICELI

 

 

 

 

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In accordo a Edith Stein, l’empatia (letteralmente “sentire”) è alla base di tutte le forme con cui ci accostiamo ad un altro, agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Approfondiamo i molteplici aspetti del comportamento empatico con Antonio Bellingreri, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università degli Studi di Palermo, autore del saggio “Per una pedagogia dell’empatia” (Vita e Pensiero). 

Professore, in un’epoca segnata dai progressi della scienza e della tecnica, parlare di empatia, cercare di risalire alle radici umane della socialità, può sembrare anacronistico?
Le competenze scientifiche o tecnologiche possono rivelarsi inadeguate per la conoscenza personale (il rapporto dell’individuo con se stesso, ed il rapporto con gli altri). 

Come definisce l’empatia in due parole?
L’empatia è sguardo e parola. Sguardo non intrusivo, che diviene, grazie alla comprensione emozionale empatica, capace di vedere il volto dell’altro. Le parole dette e ascoltate, interpretate e ricomprese, formano, per i soggetti coinvolti, un universo di senso condiviso.
Ci mettiamo “nei panni dell’altro” per confermare un’immagine nota di noi stessi, oppure siamo disponibili alla sorpresa, allo spiazzamento?
Intervengono processi di identificazione, di proiezione di sé (se prevale la proiezione di sé nell’altro sperimentiamo una cattiva o falsa empatia), di introiezione, contagio, imitazione ma anche immaginazione. Complessivamente e variamente bilanciati, concorrono al “decentramento” che è indispensabile per rappresentarsi mentalmente le esperienze di altri, il loro mondo interiore. L’attivazione empatica segue un modello molto complesso, è una “performance” in cui entra in gioco tutta l’energia psichica del soggetto. 

Come spiegare la disposizione empatica?
Si tratta di un comportamento “connaturale” (da preferire al termine “innato”) all’essere umano. Comportamenti “di tipo empatico”, come il contagio emotivo, sono presenti già nel neonato (il bambino piange in risposta al pianto di un altro). La psicologia dello sviluppo distingue gli stadi del processo di crescita dell’empatia dal semplice contagio emotivo, alle risposte imitative, fino all’emergere di una “teoria della mente” (rappresentazioni mentali di ciò che accade nel mondo mentale degli altri). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, ed una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Dunque è molto più di una emozione, è un sentimento intelligente, un atto d’amore ricco di intelligenza.

L’opera di formazione di una personalità capace di empatia matura coincide con la semplice dinamica dello sviluppo psichico del soggetto?
L’empatia è un processo che può essere attuato. Ogni uomo è capace di empatia, pur se con forme diverse di consapevolezza. Formarla come carattere stabile acquisito denota la “personalità empatica” con un buon equilibrio psichico, capace di compassione, ma anche di condivisione lieta, uno stile esistenziale eminentemente personale ed un modo originale di “abitare il mondo”. Al vertice del processo, l’empatia si configura come una “virtù”, frutto della formazione del soggetto, ma anche di una scelta consapevole (il voler essere così), quasi una conversione al bene (insight migliorativo). In particolare distinguo due processi: “educare l’empatia” (processo formativo individuale) ed “educare all’empatia” che rappresenta la meta del processo educativo. 

Come si alimenta la virtù empatica?
Necessita di esposizione ai contatti umani, di interesse per persone al di fuori di sé, di continuo coinvolgimento con gli altri, di “affabilità” (offrire se stesso agli altri per quello che si è), di “liberalità” (offrire quello che si ha), di “amabilità” (lasciarsi amare dagli altri), buon carattere, stile comunicativo rivolto alla persona (messaggio ad personam) ed inerente alla situazione, al contesto. Accostarsi alle diverse forme di arte può essere molto importante per una formazione empatica poiché sviluppa l’immaginazione, ma anche l’immedesimazione con i pensieri ed i sentimenti di un’altra persona. 

L’attenzione per l’altro è fondamento sia dell’intervento educativo che di cura. Empatia e principio di cura, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, sono strettamente connessi?
L’empatia precede e motiva la cura per l’altro.

L’empatia costituisce uno strumento per l’educatore?
L’empatia non è uno strumento, ma una importante categoria pedagogica. Si può parlare di una natura educativa dell’empatia quasi intrinseca. Non c’è relazione autenticamente educativa che non sia una relazione empatica. Si educa qualcuno quando si riesce ad attivare in lui il desiderio di esistere, di divenire pienamente ciò che si è, ad aver cura di sé, dell’altro, delle relazioni, della vita. L’empatia è il sentimento che sostiene i processi di configurazione significante dei modi di sentire, di pensare e di comportarsi dell’altro. L’empatia non è un metodo ma una virtù, una virtù dell’educatore che a sua volta cerca di suscitare nell’educando la medesima virtù. In questo senso diciamo che una persona è “educata” quando ha acquistato la virtù dell’empatia.

Quale conoscenza, quale incontro, quale cambiamento, ci attendono se rischiamo l’avventura di “entrare nei panni dell’altro”?
La natura conoscitiva dell’empatia porta a conoscere se stessi e conoscere gli altri. Possiamo conoscere noi stessi solo in relazione ad altri: è tramite il continuo processo di relazione che diventiamo ciò che siamo in una crescita di consapevolezza, di introspezione, attivando un dialogo interiore. Un indizio di una buona coscienza empatica è essere capaci di provare empatia nei confronti di se stessi, ovvero di accettarsi, riconoscersi, amarsi, aver cura di sé. Affinché l’empatia sia autentica (la buona coscienza empatica) devono essere presenti tre condizioni: l’atteggiamento veritativo (in accordo a Heidegger) ovvero lascia essere l’altro per quello che è e per quello che può essere e/o deve essere; l’atteggiamento etico (in accordo a Kant) considera l’altro come un valore, un bene in sé e per sé, che liberamente si sceglie di conoscere, amare e promuovere; l’atteggiamento spirituale o comunitario crea relazioni, legami empatici, in un riconoscimento reciproco. Tuttavia si può avere una forma di empatia estrema, per chi non ci ama, non ci riconosce, anche tra nemici giurati.

Possiamo pensare ad una didattica dell’empatia, mediante esercizi di apertura mentale?
Ho condotto esperienze di training rivolte agli insegnanti di un liceo. Si presentava una situazione e ognuno doveva provare a rispondere a questa domanda: “cosa faresti al posto di?”. Assumere la prospettiva di un altro ha innanzi tutto il significato di mettersi fisicamente al suo posto, mentre l’assunzione di ruolo implica il fare proprio il punto di vista di un altro, il suo particolare modo di intendere il mondo. 

Se vogliamo vivere veramente in un mondo partecipativo, l’empatia può divenire il mezzo con cui comprendiamo e costruiamo la nostra realtà condivisa? E’ possibile “la civiltà dell’empatia” ipotizzata da alcuni studiosi tra cui il sociologo ed economista americano Jeremy Rifkin?
L’empatia alimenta la possibilità di riconoscersi in una causa di utilità comune ed evolve in comportamenti prosociali che formano il nucleo di comunità solidali. Le ricerche sociologiche indicano che funzionano al meglio le “microcomunità” empatiche (piccoli gruppi quali la famiglia, l’amore, la vita di coppia, o parentele elettive) segnate da un clima emotivamente caldo, come ambiti di comune elaborazione di senso.
 

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28 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il male oscuro dei reduci da Kabul - di fabrizio

 
Il male oscuro dei reduci da Kabul

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Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
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http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

 

Migliaia di soldati Usa soffrono di malesseri provocati dalle esplosioni: svenimenti e confusione
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Perdere l’orientamento all’incrocio sotto casa, dimenticarsi di allacciare la cinta dei pantaloni, reagire con aggressività se contraddetti in una discussione banale o perdersi nel vuoto durante una conservazione in famiglia: sono alcuni dei sintomi più comuni del «Ptsd», la «malattia invisibile» che ha già colpito 300 mila veterani di Iraq e Afghanistan obbligando il presidente Barack Obama a varare nuovi regolamenti per facilitare l’elargizione di benefici ai chi ne è colpito. «Ptsd» è l’acronimo di «disordine da stress post-traumatico» e si verifica quando un individuo subisce colpi fisici o shock emotivi che causano mutamenti nel funzionamento del cervello, comportando malanni fisici o psichici. Per gli storici militari gli antenati sono le malattie denominate «Fatica di battaglia», «Il cuore del soldato» o «Shell Shock» (Shock da bomba) diagnosticate dai soldati dalla rivoluzione americana alla Guerra di Corea, ma il Pentagono si trovò per la prima volta a trattare casi di «Ptsd» fra i reduci del Vietnam. Si trattava però di numeri esigui mentre uno studio della Rand Corporation, pubblicato nel 2009, ha attestato che ne soffre il 20 per cento dei soldati che hanno servito in Iraq o Afghanistan, circa 300 mila militari.In alcuni casi il «Ptsd» si manifesta come una «forte depressione» o viene classificato «Tbi» - la ferita traumatica cerebrale - ma la genesi, secondo uno studio del Dipartimento degli Affari per i Veterani, è comunque sempre riconducibile a eventi simili ovvero l’esplosione ravvicinata di bombe che investono blindati progettati per resistervi ma con sobbalzi tali da provocare danni cerebrali. Più bombe «ied» esplodono lungo le strade percorse dai mezzi, più vittime da street si contano. Se nell’autunno del 2008 su 3800 feriti di guerra gravi rimpatriati in America a mostrare i sintomi del disordine post-traumatico era il 38 per cento, l’anno seguente la percentuale era salita al 52 per cento e nello scorso aprile si è impennata al 58 per cento, su 6500 feriti complessivi.È stata l’entità del fenomeno a spingere la Casa Bianca a rivedere i regolamenti del Pentagono che rendevano lunga a complessa la prassi per assegnare i benefici economici alle vittime di «Pdts», pari a circa 2700 dollari al mese. Se finora si chiedeva ai soldati di documentare le circostanze dell’evento traumatico, adesso i dottori daranno la prevalenza all’importanza delle manifestazioni esteriori della malattia, senza chiedere la relativa documentazione.È stato lo stesso presidente Obama ad annunciare la svolta - entrata in vigore il 13 luglio - parlando di «un passo a lungo atteso che aiuterà i veterani di tutte le guerre» alle prese con «le ferite emotive e nascoste». Fra i militari che si gioveranno dei nuovi regolamenti c’è il sergente dei Marines James Ownbey, il cui blindato nel 2007 in Iraq venne scaraventato talmente in alto da tranciare i cavi dell’elettricità e il pluridecorato soldato Jonathan Schulze che nel 2008 tentò il suicidio.In singolare coincidenza con la decisione della Casa Bianca, il dramma di una famiglia alle prese con il «Ptsd» è entrato nei salotti di milioni di americani grazie al serial tv «Army’s Wives» (Le mogli dell’esercito) nel quale una delle protagoniste è la donna colonnello Joan Burton (interpretata da Wendy Davis) reduce da Afghanistan e Iraq che rifiuta di ammettere la propria malattia fino a quando non cade a terra mentre ha in braccio la figlia di appena un anno di età.Il conflitto fra Joan e il marito racconta le difficoltà di avere a che fare con una «ferita che non si vede» perché chi l’ha subita tende a ignorarla mentre i suoi parenti e amici sono i primi ad accorgersi del cambiamento avvenuto, innescando tensioni devastanti sui gruppi famigliari. «Ho chiarito alla catena di comando - è stata la promessa di Obama - che bisogna aiutare i soldati in stato di bisogno perché il nostro sacro dovere verso chi veste la divisa non termina quando tornano dalle zone di combattimento».

Copyright ©2010 La Stampa, foto flickr

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24 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Problemi cognitivi associati a ipercolesterolemia familiare - di fabrizio

Problemi cognitivi e ipercolesterolemia

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Elevata incidenza di alterazioni cognitive lievi con ipercolesterolemia familiare. Si tratta delle conclusioni di uno studio pubblicato su American Journal of Medicine che, in contrasto a precedenti risultati secondo cui l’ipercolesterolemia sporadica non sarebbe correlata allo sviluppo di problemi cognitivi, ha per la prima volta dimostrato che l’esposizione precoce ad alti livelli di colesterolo, così come disfunzioni dei recettori dell’Ldl rappresenterebbero un importante fattore di rischio delle suddette alterazioni. Daniel Zambón e collaboratori dell’Unitat de Lípids, Institut d’Investigacions Biomédiques August Pi Sunyer, Hospital Clinic di Barcellona, hanno sottoposto circa 120 individui ultracinquantenni a tredici specifici test neuropsicologici e ad analisi mediante "neuroimaging". Nei pazienti affetti da ipercolesterolemia familiare è stato registrato un maggiore tasso di disfunzioni cognitive lievi rispetto ai soggetti non ipercolesterolemici (21,3% vs 2,9%; p = 0,00). Nessuna associazione è stata riscontrata tra diagnosi di disfunzioni cognitive e patologie cerebrali strutturali.

Am J Med. 2010 Mar;123(3):267-274. da dica 33 news, foto flickr
 

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24 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il ruolo del counselor - di fabrizio

La coppia di fronte alla malattia grave: Il ruolo del counselor sistemico

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
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Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

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Guglielmina Colonna, foto flick

Ognuno di noi quando viene colpito da una notizia poco piacevole o comunque triste, ha un suo modo di reagire: c’è chi si dispera, chi piange, chi si chiude in un “guscio”.
Improvvisamente cambia lo scenario, veniamo sopraffatti dal mondo emozionale con tutte le sue conseguenze..

Nell’incontro con la coppia, con il paziente, lo psicoterapeuta, il counselor deve saper gestire il dramma, deve saper contenere il pensare, il sentire e l’agire dell’altro che chiede aiuto.
Il counselor diventa, in un primo momento, un testimone silenzioso.

Questa è la premessa di un seminario, molto interessante dal titolo: “Perduto amor: il terapeuta e la coppia di fronte alla malattia grave” dott. Giuseppe Ruggiero

Basilare é la consultazione con la coppia che può essere utilizzata come fase preliminare per una psicoterapia o,se di breve durata, per un percorso di counseling.
L’area di indagine in tale contesto, deve puntare sull’analisi dell’invio e delle domande, sulla storia e natura della problematica, sulla storia del legame e infine sulla storia personale e familiare di ciascun partner.
Il Terapeuta/il Counselor deve mirare a saper coniugare sia gli aspetti intrapsichici che quelli interpersonali coinvolti nella crisi di coppia.
Le coppie che chiedono aiuto devono sentirsi contenute, comprese dall’altro. Il counselor per la coppia significa, essere se stessi e vedere se stessi nella relazione, deve essere capace di stare “dentro la relazione”e contestualmente riflettere sul modo di interagire l’uno nei confronti dell’altro.
Insomma essere soggettivamente coinvolto con entrambi i partner, osservarli, ma allo stesso tempo, restare all’esterno della relazione.

Osservando lo scenario, si osserva , si assiste a un certo adattamento dei pazienti alla patologia oncologica attraverso il maggior bisogno di comunicare, l’intenso bisogno di affetto, il conforto fisico, la vicinanza emotiva.

Nella coppia di fronte alla malattia, si manifesta la capacità di offrirsi vicendevolmente solidarietà e comprensione ovvero si viene a creare un sostegno reciproco.
Il sostegno affettivo che il coniuge malato dà a quello sano alimenta il supporto che il coniuge sano riuscirà a dare a quello malato, quindi viene a crearsi una interazione circolare.
Il paziente non solo è preoccupato per le conseguenze della malattia su di sé, ma anche per le ripercussioni che la diagnosi grave avrà sui suoi familiari. Addirittura il malato tende a proteggerli dal dolore e dalla sofferenza dando loro conforto.

Si viene a instaurare un processo di interazione adattiva e di mutuo sostegno tra i due coniugi che tende a sviluppare un senso di unità e a costruire modalità di risposte equilibrate alla situazione critica. Questo procedimento si esplicita attraverso una comunicazione empatica dei partner, un’intimità emotiva e una percezione realistica e condivisa delle sfide e delle responsabilità che si devono affrontare nella gestione del grave disagio.

In questi casi è molto importante migliorare le abilità, le capacità dei singoli membri della coppia, per favorire un’interconnessione tra condivisione emotiva e cognitiva, con l’obiettivo di ottenere un miglior adattamento alla malattia sia da parte del paziente che del coniuge sano.
E’ sempre auspicabile lo sviluppo di una sinergia positiva sia nelle abilità individuali che di coppia al fine di ridurre il livello di stress emotivo.

Uno studio di ricerca americano ha scoperto che l’ospedalizzazione di uno dei coniugi per una seria malattia, aumenta il rischio di morte anche dell’altro partner in buona salute, entro i due anni dal manifestarsi della malattia.
Dallo studio è emerso che la mortalità varia in base alla diagnosi e che le donne sembrano resistere meglio alla malattia del marito. Gli effetti sulla salute possono avere implicazioni psicologiche come preoccupazione, mancanza di affetto, implicazioni sociali, ad esempio mancanza di aiuti di ogni genere.
Sarebbe opportuno che, quando ci si trova in una siffatta situazione, ci si rivolgesse ai servizi sociali per un aiuto concreto.
 

Lo psicoterapeuta /il counselor osserva attentamente:
• L’evolversi della malattia, il dolore, la perdita, la qualità della comunicazione emotiva ovvero in che modo i partner esprimono le proprie emozioni e i propri bisogni di sostegno e di adattamento; l’impatto della malattia sulla vita sessuale.
• Conflitti preesistenti e quelli emergenti, sapere se ci sono stati precedenti eventi stressanti.
• Le reazioni diverse alla comunicazione della diagnosi sono molto differenti sia nell’uomo che nella donna.
• La malattia nelle diverse fasi del ciclo vitale della coppia tra vincoli e risorse come la tipizzazione di: coppia neoformata, con bambini piccoli, con figli adolescenti, la coppia nella fase delicata del “nido vuoto”, separata, ricostituita, anziana.
La relazione di coppia nelle diverse fasi della malattia: la comunicazione della diagnosi, la fase acuta di malattia, dei trattamenti terapeutici,di stabilizzazione, la riacutizzazione della malattia, quella, purtroppo, terminale e infine la fase della perdita e l’elaborazione del lutto.

L’intervista relazionale alla coppia deve basarsi su brevi notizie sulla storia della coppia, approfondendo in particolare le modalità con cui la coppia ha affrontato eventuali eventi critici pregressi e le risorse disponibili nel sistema familiare e nella rete sociale di supporto.
L’evento malattia come modalità di comunicazione della diagnosi, i vissuti emotivi personali, le reazioni del partner e degli altri membri della famiglia e della rete sociale, conflitti e problematiche che la malattia ha evidenziato, tipo di organizzazione per la gestione delle cure e la vita quotidiana. La relazione di coppia prima e dopo la malattia.

Possibili scenari futuri:
partendo dall’immagine attuale, avere una descrizione di possibili scenari futuri della coppia.
 

Il counseling sistemico con la coppia si propone di:

• rinsaldare i legami affettivi rassicurando il paziente che teme il distanziamento emotivo del partner
• sostenere il coniuge sano nell’impegno emotivo e strumentale quotidiano, favorendo il superamento dei sentimenti di inadeguatezza riguardo alla capacità di aiutare il proprio partner ad affrontare la malattia e di gestire le nuove responsabilità che da questo derivano
• scoraggiare atteggiamenti di iperprotettività ed ipercontrollo nel coniuge sano che possono relegare ad un ruolo passivo e dipendente il coniuge malato
• aiutare la coppia a superare tensioni e difficoltà relazionali insorte con la malattie a risolvere conflitti precedenti ad essa
• affrontare i disagi nella sfera sessuale e i vissuti correlati alla perdita della potenza sessuale negli uomini
• facilitare il dialogo di coppia, favorendo la condivisione tra i partner di opinioni ed emozioni sulla malattia per evitare l’isolamento affettivo.

Fasi del processo di counseling sanitario:
• l’accoglienza
• l’analisi della domanda
• l’analisi del contesto
• l’identificazione delle aree problematiche
• l’identificazione degli obiettivi e del contratto
• l’esplorazione delle risorse
• la scelta delle opzioni
• la verifica delle soluzioni
• la valutazione del processo attraverso il follow-up

Come intervenire:
• counseling educazionale (2colloqui)
• counseling per la gestione della crisi emotiva (2 o più colloqui, dipende dalle personalità)
• counseling di accompagnamento durante le fasi diagnostiche e terapeutiche all’interno dell’istituzione (numero dei colloqui in funzione della durata del trattamento)
• counseling focalizzato sullo stile di coping di coppia (4 – 6 colloqui)
• counseling per le situazioni di terminalità e per l’elaborazione del lutto (3 – 4 colloqui)
• Psicoterapia di coppia (10 -12 colloqui)
Il seminario è stato corredato anche da flash- film.

 

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