28 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il male oscuro dei reduci da Kabul - di fabrizio

 
Il male oscuro dei reduci da Kabul

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

 

Migliaia di soldati Usa soffrono di malesseri provocati dalle esplosioni: svenimenti e confusione
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Perdere l’orientamento all’incrocio sotto casa, dimenticarsi di allacciare la cinta dei pantaloni, reagire con aggressività se contraddetti in una discussione banale o perdersi nel vuoto durante una conservazione in famiglia: sono alcuni dei sintomi più comuni del «Ptsd», la «malattia invisibile» che ha già colpito 300 mila veterani di Iraq e Afghanistan obbligando il presidente Barack Obama a varare nuovi regolamenti per facilitare l’elargizione di benefici ai chi ne è colpito. «Ptsd» è l’acronimo di «disordine da stress post-traumatico» e si verifica quando un individuo subisce colpi fisici o shock emotivi che causano mutamenti nel funzionamento del cervello, comportando malanni fisici o psichici. Per gli storici militari gli antenati sono le malattie denominate «Fatica di battaglia», «Il cuore del soldato» o «Shell Shock» (Shock da bomba) diagnosticate dai soldati dalla rivoluzione americana alla Guerra di Corea, ma il Pentagono si trovò per la prima volta a trattare casi di «Ptsd» fra i reduci del Vietnam. Si trattava però di numeri esigui mentre uno studio della Rand Corporation, pubblicato nel 2009, ha attestato che ne soffre il 20 per cento dei soldati che hanno servito in Iraq o Afghanistan, circa 300 mila militari.In alcuni casi il «Ptsd» si manifesta come una «forte depressione» o viene classificato «Tbi» - la ferita traumatica cerebrale - ma la genesi, secondo uno studio del Dipartimento degli Affari per i Veterani, è comunque sempre riconducibile a eventi simili ovvero l’esplosione ravvicinata di bombe che investono blindati progettati per resistervi ma con sobbalzi tali da provocare danni cerebrali. Più bombe «ied» esplodono lungo le strade percorse dai mezzi, più vittime da street si contano. Se nell’autunno del 2008 su 3800 feriti di guerra gravi rimpatriati in America a mostrare i sintomi del disordine post-traumatico era il 38 per cento, l’anno seguente la percentuale era salita al 52 per cento e nello scorso aprile si è impennata al 58 per cento, su 6500 feriti complessivi.È stata l’entità del fenomeno a spingere la Casa Bianca a rivedere i regolamenti del Pentagono che rendevano lunga a complessa la prassi per assegnare i benefici economici alle vittime di «Pdts», pari a circa 2700 dollari al mese. Se finora si chiedeva ai soldati di documentare le circostanze dell’evento traumatico, adesso i dottori daranno la prevalenza all’importanza delle manifestazioni esteriori della malattia, senza chiedere la relativa documentazione.È stato lo stesso presidente Obama ad annunciare la svolta - entrata in vigore il 13 luglio - parlando di «un passo a lungo atteso che aiuterà i veterani di tutte le guerre» alle prese con «le ferite emotive e nascoste». Fra i militari che si gioveranno dei nuovi regolamenti c’è il sergente dei Marines James Ownbey, il cui blindato nel 2007 in Iraq venne scaraventato talmente in alto da tranciare i cavi dell’elettricità e il pluridecorato soldato Jonathan Schulze che nel 2008 tentò il suicidio.In singolare coincidenza con la decisione della Casa Bianca, il dramma di una famiglia alle prese con il «Ptsd» è entrato nei salotti di milioni di americani grazie al serial tv «Army’s Wives» (Le mogli dell’esercito) nel quale una delle protagoniste è la donna colonnello Joan Burton (interpretata da Wendy Davis) reduce da Afghanistan e Iraq che rifiuta di ammettere la propria malattia fino a quando non cade a terra mentre ha in braccio la figlia di appena un anno di età.Il conflitto fra Joan e il marito racconta le difficoltà di avere a che fare con una «ferita che non si vede» perché chi l’ha subita tende a ignorarla mentre i suoi parenti e amici sono i primi ad accorgersi del cambiamento avvenuto, innescando tensioni devastanti sui gruppi famigliari. «Ho chiarito alla catena di comando - è stata la promessa di Obama - che bisogna aiutare i soldati in stato di bisogno perché il nostro sacro dovere verso chi veste la divisa non termina quando tornano dalle zone di combattimento».

Copyright ©2010 La Stampa, foto flickr

Strumenti
20 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
La svolta dei cinquant´anni - di fabrizio

 La svolta dei cinquant’anni

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

La svolta dei cinquant’anni Via l’ansia, torna l’ottimismo
A ogni età corrisponde uno stato d’animo. Lo rivela uno studio condotto da un’équipe di New York. Le sensazioni negative cominciano a scendere una volta che si è acquistata serenità e i figli sono cresciuti
di ELENA DUSI

ROMA - Nel mezzo sta la virtù. Ma anche la felicità, la mancanza di preoccupazioni e di stress. A cinquant’anni, infatti, l’età dei primi bilanci, il benessere psicologico inverte la tendenza che aveva a vent’anni, l’età delle aspettative. Smette di calare, cambia direzione e inizia ad aumentare.

Per arrivare poi verso i 70 anni a superare il livello che aveva a 18 anni. La ritrovata giovinezza dei cinquantenni è stata misurata da un’équipe di psicologi della Stony Brook University di New York e pubblicata su Proceedings of the national academy of sciences. Lo studio fa parte di un filone relativamente nuovo della psicologia, che cerca di quantificare, per quanto possibile, entità impalpabili come felicità, benessere ed emozioni. I ricercatori di New York hanno intervistato ben 340mila persone, tutti americani, tra i 18 e gli 85 anni. Oltre a chiedergli di tracciare un bilancio complessivo della vita trascorsa fino ad allora, si sono interessati anche alle piccole vicende quotidiane. Domandando loro per esempio se nel corso della giornata precedente avevano provato sensazioni di stress, rabbia, divertimento, preoccupazione e tristezza.

L’età della "curva a gomito", quando le sensazioni negative iniziano a scendere, o accelerano nel loro calo se già si stavano riducendo, è risultata proprio quella del mezzo secolo. "Dopo i 50 anni - scrivono i ricercatori nel loro studio - gli americani mostrano un aumento del benessere psicologico generale, grazie alla crescita delle sensazioni positive e a livelli più bassi delle emozioni negative".

I ricercatori individuano le cause del ritrovato equilibrio dei 50enni (si tratta ovviamente di medie statistiche) nella serenità di un lavoro acquisito e di una famiglia con figli ormai cresciuti. Ma studi precedenti avevano spiegato in maniera dettagliata come anche il cervello si modifichi con l’età e tenda a selezionare esperienze e ricordi con criteri differenti. Un gruppo di settantenni, aveva dimostrato due anni fa Roberto Cabeza della Duke University, rivive con più nitidezza i ricordi positivi, mentre nei giovani (l’età media del gruppo era di 24 anni) si imprimono più profondamente le vicende negative.

Anche negli ottantenni che invecchiano con successo, osservò ad aprile di quest’anno uno studio della Iowa University pubblicato su Gerontology, il segreto della felicità è un ricordo piacevole, un evento felice avvenuto in passato che oggi può essere condiviso con figli o nipoti. E man mano che si avanza con l’età - concordano tutti gli studi - si scopre che l’ingrediente principale del benessere psicologico sta nelle piccole vicende della quotidianità. Quegli stessi ingredienti, spiega Daniel Kahneman - lo psicologo che ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 2002 proprio per i suoi studi pionieristici su come misurare il piacere di vivere - che mancano in genere a chi guadagna molto. Motivo per cui, dimostrò in uno studio di un anno fa, non sono i soldi a fare la felicità e più che un salario da nababbo è la stabilità finanziaria a fare la differenza in termini di qualità della vita.

Gli psicologi newyorchesi hanno dimostrato questa volta che mentre la rabbia decresce in maniera costante dai vent’anni in poi, la sensazione di preoccupazione cresce fino a 50 anni per poi iniziare a calare e proseguire nella sua discesa per il resto della vita. La riduzione dello stress ha una pendenza lieve fino alla mezza età, quando inizia ad abbassarsi bruscamente. I momenti di tristezza costellano invece la vita in tutte le sue fasi, senza differenze fra ventenni e cinquantenni. Nel divertimento i più giovani si ritrovano a braccetto con i settantenni: in entrambi i momenti si registra un picco, anche se ovviamente a far scattare una risata sono vicende o gag differenti. Le donne rispetto agli uomini vivono in maniera più accentuata le sensazioni negative di stress, preoccupazione e malinconia. Ma anche per loro vale l’inversione di tendenza, e l’età di mezzo rappresenta un nuovo inizio.
(18 maggio 2010), La REPUBBLICA, FOTO FLICKR

 

Strumenti
31 Ottobre 2009 articolo inserito in: Psicologia
DIPENDENZA DA FACEBOOK - di francesca

Ansia da disconnessione

Aperto in Italia il primo centro da "dipendenza da facebook" utenti del web riflettiamo…

Due utenti su tre si sentono più rilassati quando hanno un collegamento a Internet. Mentre sono preoccupati se non possono comunicare con parenti, colleghi e amici. Secondo un sondaggio effettuato in Inghilterra dall’istituto di ricerca The Future Laboratory , due utenti su tre si sentono più rilassati quando hanno a disposizione una connessione Internet, sia fissa che mobile. Mentre, in caso di assenza di segnale, iniziano a prendere piede sensazioni di ansia e nervosismo. Il sondaggio di The Future Laboratory non spiega se l’ansia e le preoccupazioni tendono poi a sfociare in forme dipendenze dalle nuove tecnologie. Certo è la net-dipendenza sta acquisendo sempre più rilievo a livello clinico. Leggi tutto…

Strumenti
10 Agosto 2009 articolo inserito in: Psicologia
EMOZIONI E PAURA? CONDIVIDIAMOLE - di francesca

L’importanza di chiamarsi……noi stessi!

 

 

Il raggiungimento del successo e del benessere è come un obbligo che spinge verso l’affermazione personale. Tuttavia sempre più spesso chi rincorre il successo a tutti i costi lamenta perdita di autenticità, un pervasivo senso di vuoto, di mancanza di significato e vitalità in ambiti essenziali della vita come il lavoro e l’amore, disturbi d’ansia, depressivi o psicosomatici. Esiste un sottile filo conduttore che lega l’autenticità con l’espressione emotiva e lo stato di salute (fisica e psichica): “Le persone che hanno difficoltà ad essere se stesse, a riconoscere e a comunicare agli altri le proprie emozioni, a lottare per realizzare i propri bisogni affrontando gli inevitabili conflitti che ciò comporta, sono più esposte ai problemi di salute - osserva Franco Baldoni, professore di Psicologia clinica presso l’Università di Bologna (in un articolo pubblicato su Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico) - la nostra autenticità, quindi, sembrerebbe un bene prezioso, da tutelare anche quando essa ci porta a vivere dei contrasti con l’ambiente esterno o con quello interno”.

Scritto da: Rosalba Miceli

Fonte: La Stampa 28/07/2009

Strumenti
20 Maggio 2009 articolo inserito in: Psicologia
LA PAURA COMBATTE L´ANSIA DEL VIVERE - di francesca

"La paura non è poi così male combatte l’ansia del vivere"

Dall’influenza suina ai film del terrore. In un libro il nostro bisogno di panico. In "Panicology" due statistici inglesi avvertono: "Meglio temere i rischi reali"
di JANE E. BRODY

 

LE REAZIONI di panico suscitate dall’influenza suina potrebbero essere spiegate con il fatto che l’epidemia ha distratto la nostra attenzione dai rovinosi effetti della crisi finanziaria mondiale? Oppure, semplicemente, è nella natura umana reagire in modo sproporzionato ai pericoli che non possiamo controllare? "Il fatto è che ci piace essere spaventati", sostengono due statistici inglesi, Simon Briscoe e Hugh Aldersey-Williams, in Panicology, pubblicato quest’anno negli Stati Uniti. Lo testimonia l’enorme popolarità dei disaster movie e dei thriller.
In particolare, i due studiosi prendono ad esempio il panico diffusosi nel 2005 e nel 2006 a causa dell’influenza aviaria. Alla fine, quel virus ha ucciso meno di 300 persone in tutto il mondo. Così pure, a causa dell’allarme suscitato dall’influenza suina, sono stati soppressi milioni di animali e sono andate perdute ingenti quantità di denaro. Paradossalmente, osservano gli autori, "la vita moderna ha fortemente ridotto molti dei rischi che l’umanità deve affrontare, e tuttavia è proprio la vita moderna che sembra generare gran parte delle nostre paure: l’immigrazione, l’invecchiamento, la perdita di identità culturale…". Secondo l’analisi dei due autori, "è come se dovessimo temere per forza qualcosa".

 

Forse i messaggi per la tutela della salute produrrebbero un effetto maggiore se spaventassero davvero la gente, dice Briscoe, osservando che milioni di persone continuano a fumare anche se ciò contribuisce alla morte di metà di loro. E la stessa cosa accade con il cibo e le bevande che possono mettere in pericolo la salute. Gran parte dei rischi che corriamo o che evitiamo, inoltre, anziché su informazioni sicure si basano su false percezioni. Un esempio classico è quello dei diversi modi di viaggiare. "Gli incidenti da trasporto sono la causa principale di morte accidentale dopo le cadute", scrivono gli autori. Tuttavia, la gente spesso ha più paura di volare. Panicology prende in esame un gran numero di ansie che hanno assillato il mondo industrializzato nell’era moderna: dalla crisi demografica agli effetti della parotite, del morbillo e della rosolia sull’autismo (nessuno, si è scoperto); il cambiamento climatico, i terremoti, i cibi Ogm. Ad ogni argomento gli autori assegnano un punteggio relativo al grado di panico, a quello di rischio e alla capacità di una persona di ridurlo. Troppo spesso, il livello di panico supera di parecchio il rischio effettivo. In altri casi, il rischio potrebbe essere ridotto o eliminato attraverso l’autocontrollo. Vale la pena ricordare che l’ansia stessa è un rischio, uno stress che può minacciare la salute e la felicità.

(Copyright New York Times/ La Repubblica. Traduzione
di Antonella Cesarini)

Strumenti
Studio psicologia Torino e Moncalieri | Sede di Moncalieri (Torino) - via Peschiera 15 - CAP 10024 | Sede di Torino - via Madama Cristina 34 - CAP 10125
Cell. 331 50.49.340 - 335 67.65.376 - Privacy Policy - Cod. fiscale 94046020015
powered by Strategie Digitali S.r.l.