13 Dicembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Nove milioni di italiani soffrono di stress - di cristina

Nove milioni di italiani soffrono di stress

Nove milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, le donne il doppio degli uomini. Di queste, nove su dieci soffrono di disagi psichici e disturbi dell’umore, primi fra tutti di ansia (45%) e di sindrome pre-mestruale (43%), ma anche di irritabilità/eccessiva tendenza al pianto (41%) e di insonnia (39%). Anche le sindromi depressive sono in agguato con il 20%.

Fra i fattori determinanti le forti pressioni lavorative, le barriere culturali che rendono la carriera manageriale della donna più difficoltosa e impegnativa, le remunerazioni non in linea con le medesime posizioni ricoperte dai colleghi, la competitività, i rapporti interpersonali e il difficile clima aziendale a cui si sommano le responsabilità, gli incarichi legati alla vita quotidiana e il ruolo di ‘care giver’ all’interno della famiglia. A questo si aggiunge il periodo di grave crisi economica, l’incertezza per il futuro per se e per i propri figli. A tracciare il quadro è Onda, l’Osservatorio nazionale salute donna, in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Dall’indagine emerge in particolare che le donne giovani – complici le alterazioni ormonali nelle diverse fasi riproduttive (gravidanza, puerperio) – e quelle che lavorano a contatto con il pubblico sono più vulnerabili agli stati di ansia. Ancora poche, o incuranti delle ‘variabili di genere’, le azioni di tutela contro i fattori di stress all’interno delle aziende, nonostante il monito del Governo Italiano a prendersi cura della salute psichica delle proprie dipendenti. Ma non è solo un fenomeno italiano: lo stress correlato al lavoro coinvolge ed affligge tutta la popolazione europea, con punte del 60% e importanti ripercussioni sullo stato di salute.

Le recenti stime pubblicate sulla rivista European Neuropsychopharmacology attestano infatti che i disturbi psichici dal 2005, quando la prevalenza di malattia si aggirava al 27,4%, hanno registrato una progressione di più del 10% assestandosi nel 2010 su valori oltre il 38% - tra disturbi d’ansia (69 milioni), depressione (30 milioni), insonnia (29 milioni) e disturbi connessi al consumo di alcool (14,6 milioni).

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

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27 Novembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
L’attacco di panico: tra “paura della paura” - di cristina

Dott.ssa Anna Chiara Venturini

L’attacco di panico: tra “paura della paura”, interpretazioni ed evitamento

La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: essa serve a preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo, e ad approntare il comportamento di risposta all’evento temuto: generalmente la fuga o l’attacco.

Negli organismi normali, quanto maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco), tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori (la risposta alla minaccia reale o percepita). Sotto stress, la capacità dell’uomo di proiettarsi con la mente, e con la memoria, nel passato e nel futuro, lo rende vulnerabile - paradossalmente - alla stessa emozione che dovrebbe garantire la sua sopravvivenza: la paura.
Il panico vero e proprio la persona lo raggiunge focalizzando l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione alla paura. Tale processo ingenera (aumentandolo) uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici. Una volta innescato, questo processo può diventare ricorsivo (tendendo così ad auto-alimentarsi).

Gli attacchi di panico sono comunemente descritti come un’improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte di carattere cognitivo, neurovegetativi, psicosensoriali e comportamentali, con frequenza ed intensità variabili per cui si presentano quadri clinici tra loro molto diversificati (Faravelli, 1997). Per quanto concerne i sintomi cognitivi dell’attacco sono tipicamente rappresentati da paura, terrore, sensazione di morte imminente, timore di perdere il controllo delle proprie idee o delle proprie azioni.
A ciò si associano sintomi neurovegetativi quali palpitazioni, dolore toracico, dispnea, sensazione di soffocamento, vertigini, parestesie, vampate di calore, brividi di freddo, tremori e sudorazione profusa.
In circa un terzo dei casi si manifestano anche fenomeni psicosensoriali quali depersonalizzazione e derealizzazione, ipersensibilità agli stimoli luminosi o acustici intensi e modificazione percettiva delle distanze. Le manifestazioni comportamentali sono meno comuni e spesso la crisi passa inosservata ai presenti poiché il soggetto cerca di nascondere le sensazioni provate. Talora però il paziente interrompe l’attività in corso e si allontana, cercando di raggiungere un luogo sicuro (Faravelli, 1997). Non sempre tutte queste manifestazioni sintomatologiche si presentano in maniera completa ed esistono episodi critici oligosintomatici che si esprimono attraverso uno o due sintomi. Il tipico esordio del disturbo di panico si presenta con la comparsa di un attacco maggiore, di notevole intensità, durante situazioni di routine; spesso si tratta di un attacco “a ciel sereno” in situazioni che solo successivamente possono diventare oggetto di evitamento.

L’Attacco di Panico può essere presente anche in altri disturbi d’ansia, ma si parla di Disturbo di Panico poiché a farla da padrone è la paura di avere altri attacchi imprevedibili e non legati ad una specifica situazione. A volte il primo episodio critico si inserisce nel contesto di situazioni drammatiche o di pericolo per la vita del paziente, come gravi incidenti, morti improvvise di persone care, durante particolari condizioni come post partum, ipertiroidismo o altre alterazioni endocrine o in concomitanza con l’assunzione di sostanze stupefacenti, in particolare marjuana, cocaina, amfetamine.

Gli eventi di separazione da una persona cara e di perdita di importanti relazioni interpersonali possono essere correlati all’esordio (separazione matrimoniale, divorzio, rottura di un fidanzamento o perdita di un amico) così come fatti addirittura positivi (allontanamento dalla casa dei genitori dopo un matrimonio, nascita di un figlio, assunzione di un importante incarico professionale lontano dalla propria città).
L’esperienza clinica ha dimostrato che gli eventi che comportano la perdita o la separazione di un rapporto affettivo importante hanno in molti casi un ruolo significativo sia nella comparsa del primo attacco di panico sia nell’eventuale aggravamento di un disturbo già esistente.

Alcune situazioni pur configurandosi a prima vista come eventi stressanti assumono invece un valore molto importante nell’avvio iniziale del disturbo e del suo eventuale aggravamento. Si tratta di situazioni che, indipendentemente dalle caratteristiche reali ed obiettive, vengono vissute dal paziente come trappole. Tali situazioni possono essere di diversissima natura: da circostanze effettivamente stressanti, in ambito familiare (genitori iperprotettivi, rapporto coniugale di un certo tipo, convivenza con altri familiari) a situazioni opprimenti in ambito lavorativo.
Nella fase iniziale della malattia gli attacchi, anche isolati, vengono ben presto accompagnati dal persistere di uno stato di paura ed ansietà associato a sintomi neurovegetativi. Questa condizione, spesso fonte di sofferenza soggettiva e di compromissione marcata del funzionamento globale, può estrinsecarsi sia come persistente stato di allerta e di minaccia per la propria integrità fisica e psichica, sia come “paura della paura”: ossia la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi nuovamente un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire (o da "controllare" ).
Tale paura porta spesso ad evitare le situazioni ritenute potenzialmente "a rischio": l’ansia anticipatoria, determinata dal timore che gli Attacchi di Panico possano ripetersi, può infatti raggiungere un’intensità tale da essere fonte di marcata sofferenza soggettiva e da determinare una notevole compromissione del funzionamento sociale, lavorativo ed affettivo, limitando così la libertà e lo stile di vita personale. La paura tende a generare confusione, stordimento, assenza: durante un attacco di panico, la concentrazione si focalizza sul pericolo, il cervello esamina velocemente azioni alternative sotto pressione, dissociandosi da ogni altro pensiero.

In questo stato, la persona può percepire un senso di estraneità da sé, una sensazione di stordimento o di vertigine. Il ritmo di respiro può diventare affannoso, è possibile percepire del formicolio, sensazioni di torpore o vampate di calore. Mentre l’Attacco di Panico ha un’insorgenza improvvisa e dura pochi minuti, l’ansia anticipatoria cresce lentamente ed ha una durata anche di molte ore. Inoltre è possibile ridurla o controllarla allontanandosi dalla situazione ansiogena o cercando rassicurazione da una persona di fiducia. L’Attacco di Panico, invece, quando comincia non può più essere bloccato: si comporta come una reazione del tipo “ tutto o nulla” e sfugge ad ogni controllo quando il meccanismo è innescato. In oltre il 50% dei pazienti sono presenti attacchi di panico durante il sonno: in questo caso gli episodi critici non sono collegati alle fasi REM ed al sogno e la maggior parte di essi si verifica durante gli stadi 2 o 3.( Craske ,2005).

Se l’età di esordio del disturbo di panico è inferiore ai 20 anni, i parenti di primo grado hanno una probabilità 20 volte maggiore di avere un disturbo di panico.
Relativamente alla comorbidità circa un terzo dei pazienti soffre contemporaneamente di depressione, ed in oltre il 40% dei casi è presente una storia di abuso d’alcool o stupefacenti. È comunque presente un maggiore ricorso a servizi di tipo medico (per sintomatologia anginosa, colon irritabile, etc.) con un aumento dei costi diretti ed indiretti. Il prolasso mitralico è fortemente associato con il disturbo di panico ed è frequente l’associazione fra asma/BPCO e attacchi di panico: il 50-65% degli affetti da BPCO provano ansia e/o depressione (Gudmundsson et al, 2006; Kunik et al, 2005).

Nel 20% dei casi si viene a manifestare un’elaborazione ipocondriaca: i pazienti temono o sono convinti d’essere affetti da malattia fisica e chiedono ripetutamente l’intervento del medico internista o di altri specialisti: frequenti sono le richieste di intervento al Pronto Soccorso. Le preoccupazioni ipocondriache riguardano in genere il timore di una grave malattia cardiaca, come l’infarto, o la paura di una morte improvvisa per ictus cerebrale (Servi, 1993). Nei 2/3 dei casi si vengono a strutturare le condotte di evitamento, conseguente al fatto che i pazienti associano gli Attacchi di Panico a situazioni o luoghi specifici; evitando di restare soli, di allontanarsi da casa, di recarsi in luoghi affollati, di usare mezzi pubblici ecc..; in questo modo gli Attacchi di Panico diventano meno frequenti e più tollerabili.

Tra le complicanze più comuni si trovano le fobie e, in modo specifico, l’agorafobia (timore di situazioni sociali nelle quali, in caso di attacco di panico, sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto in caso di crisi improvvisa): in tal caso le limitazioni imposte dall’evitamento interferiscono con le attività quotidiane (guidare, prendere treni, ascensori etc …) che il paziente non è in grado di svolgere o se lo fa è in presenza di un accompagnatore.

Soffrire di Disturbo di Panico è quindi estremamente invalidante; la propria autonomia viene notevolmente ridotta e si inizia a convivere, con estrema difficoltà, con la “paura della paura”, evitando luoghi e contesti considerati off limits perché probabili cause scatenanti. L’evitamento è, dunque,un fattore di mantenimento dell’attacco di panico perché nel caso di situazioni critiche, limita la possibilità del soggetto di provare ansia e di scoprire che questa non porta alla catastrofe. Si entra così in un circolo vizioso in cui il soggetto più pensa alla propria condizione, più sta male e difficilmente riesce a vedere uno spiraglio di guarigione.

Tuttavia si può uscire dal panico e dall’agorafobia: la terapia cognitivo comportamentale è un valido strumeno attraverso cui è possibile modificare i pensieri disfunzionali, quelli che generano paura ed evitamento. Contemporaneamente permette, attraverso varie tecniche, di controllare le risposte emotive e di modificare le risposte di fuga ed evitamento.

La persona apprende così stili di coping più funzionali in situazioni prima interpretate come ansiogene, non fugge e non le evita, sperimentandosi ed accrescendo così il proprio senso di autoefficacia. Ci si scopre così di nuovo liberi e l’esperienza fatta diviene una pagina del libro della propria vita.

"L’attacco di panico: tra “paura della paura”, interpretazioni ed evitamento", tratto in data 03-05-2011 da www.opsonline.it

 

 

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06 Novembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Nove milioni di italiani soffrono di stress - di cristina

Nove milioni di italiani soffrono di stress

Nove milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, le donne il doppio degli uomini. Di queste, nove su dieci soffrono di disagi psichici e disturbi dell’umore, primi fra tutti di ansia (45%) e di sindrome pre-mestruale (43%), ma anche di irritabilità/eccessiva tendenza al pianto (41%) e di insonnia (39%). Anche le sindromi depressive sono in agguato con il 20%.

Fra i fattori determinanti le forti pressioni lavorative, le barriere culturali che rendono la carriera manageriale della donna più difficoltosa e impegnativa, le remunerazioni non in linea con le medesime posizioni ricoperte dai colleghi, la competitività, i rapporti interpersonali e il difficile clima aziendale a cui si sommano le responsabilità, gli incarichi legati alla vita quotidiana e il ruolo di ‘care giver’ all’interno della famiglia. A questo si aggiunge il periodo di grave crisi economica, l’incertezza per il futuro per se e per i propri figli. A tracciare il quadro è Onda, l’Osservatorio nazionale salute donna, in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Dall’indagine emerge in particolare che le donne giovani – complici le alterazioni ormonali nelle diverse fasi riproduttive (gravidanza, puerperio) – e quelle che lavorano a contatto con il pubblico sono più vulnerabili agli stati di ansia. Ancora poche, o incuranti delle ‘variabili di genere’, le azioni di tutela contro i fattori di stress all’interno delle aziende, nonostante il monito del Governo Italiano a prendersi cura della salute psichica delle proprie dipendenti. Ma non è solo un fenomeno italiano: lo stress correlato al lavoro coinvolge ed affligge tutta la popolazione europea, con punte del 60% e importanti ripercussioni sullo stato di salute.

Le recenti stime pubblicate sulla rivista European

Neuropsychopharmacology attestano infatti che i disturbi psichici dal 2005, quando la prevalenza di malattia si aggirava al 27,4%, hanno registrato una progressione di più del 10% assestandosi nel 2010 su valori oltre il 38% - tra disturbi d’ansia (69 milioni), depressione (30 milioni), insonnia (29 milioni) e disturbi connessi al consumo di alcool (14,6 milioni).

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

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28 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il male oscuro dei reduci da Kabul - di fabrizio

 
Il male oscuro dei reduci da Kabul

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

 

Migliaia di soldati Usa soffrono di malesseri provocati dalle esplosioni: svenimenti e confusione
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Perdere l’orientamento all’incrocio sotto casa, dimenticarsi di allacciare la cinta dei pantaloni, reagire con aggressività se contraddetti in una discussione banale o perdersi nel vuoto durante una conservazione in famiglia: sono alcuni dei sintomi più comuni del «Ptsd», la «malattia invisibile» che ha già colpito 300 mila veterani di Iraq e Afghanistan obbligando il presidente Barack Obama a varare nuovi regolamenti per facilitare l’elargizione di benefici ai chi ne è colpito. «Ptsd» è l’acronimo di «disordine da stress post-traumatico» e si verifica quando un individuo subisce colpi fisici o shock emotivi che causano mutamenti nel funzionamento del cervello, comportando malanni fisici o psichici. Per gli storici militari gli antenati sono le malattie denominate «Fatica di battaglia», «Il cuore del soldato» o «Shell Shock» (Shock da bomba) diagnosticate dai soldati dalla rivoluzione americana alla Guerra di Corea, ma il Pentagono si trovò per la prima volta a trattare casi di «Ptsd» fra i reduci del Vietnam. Si trattava però di numeri esigui mentre uno studio della Rand Corporation, pubblicato nel 2009, ha attestato che ne soffre il 20 per cento dei soldati che hanno servito in Iraq o Afghanistan, circa 300 mila militari.In alcuni casi il «Ptsd» si manifesta come una «forte depressione» o viene classificato «Tbi» - la ferita traumatica cerebrale - ma la genesi, secondo uno studio del Dipartimento degli Affari per i Veterani, è comunque sempre riconducibile a eventi simili ovvero l’esplosione ravvicinata di bombe che investono blindati progettati per resistervi ma con sobbalzi tali da provocare danni cerebrali. Più bombe «ied» esplodono lungo le strade percorse dai mezzi, più vittime da street si contano. Se nell’autunno del 2008 su 3800 feriti di guerra gravi rimpatriati in America a mostrare i sintomi del disordine post-traumatico era il 38 per cento, l’anno seguente la percentuale era salita al 52 per cento e nello scorso aprile si è impennata al 58 per cento, su 6500 feriti complessivi.È stata l’entità del fenomeno a spingere la Casa Bianca a rivedere i regolamenti del Pentagono che rendevano lunga a complessa la prassi per assegnare i benefici economici alle vittime di «Pdts», pari a circa 2700 dollari al mese. Se finora si chiedeva ai soldati di documentare le circostanze dell’evento traumatico, adesso i dottori daranno la prevalenza all’importanza delle manifestazioni esteriori della malattia, senza chiedere la relativa documentazione.È stato lo stesso presidente Obama ad annunciare la svolta - entrata in vigore il 13 luglio - parlando di «un passo a lungo atteso che aiuterà i veterani di tutte le guerre» alle prese con «le ferite emotive e nascoste». Fra i militari che si gioveranno dei nuovi regolamenti c’è il sergente dei Marines James Ownbey, il cui blindato nel 2007 in Iraq venne scaraventato talmente in alto da tranciare i cavi dell’elettricità e il pluridecorato soldato Jonathan Schulze che nel 2008 tentò il suicidio.In singolare coincidenza con la decisione della Casa Bianca, il dramma di una famiglia alle prese con il «Ptsd» è entrato nei salotti di milioni di americani grazie al serial tv «Army’s Wives» (Le mogli dell’esercito) nel quale una delle protagoniste è la donna colonnello Joan Burton (interpretata da Wendy Davis) reduce da Afghanistan e Iraq che rifiuta di ammettere la propria malattia fino a quando non cade a terra mentre ha in braccio la figlia di appena un anno di età.Il conflitto fra Joan e il marito racconta le difficoltà di avere a che fare con una «ferita che non si vede» perché chi l’ha subita tende a ignorarla mentre i suoi parenti e amici sono i primi ad accorgersi del cambiamento avvenuto, innescando tensioni devastanti sui gruppi famigliari. «Ho chiarito alla catena di comando - è stata la promessa di Obama - che bisogna aiutare i soldati in stato di bisogno perché il nostro sacro dovere verso chi veste la divisa non termina quando tornano dalle zone di combattimento».

Copyright ©2010 La Stampa, foto flickr

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20 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
La svolta dei cinquant´anni - di fabrizio

 La svolta dei cinquant’anni

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

La svolta dei cinquant’anni Via l’ansia, torna l’ottimismo
A ogni età corrisponde uno stato d’animo. Lo rivela uno studio condotto da un’équipe di New York. Le sensazioni negative cominciano a scendere una volta che si è acquistata serenità e i figli sono cresciuti
di ELENA DUSI

ROMA - Nel mezzo sta la virtù. Ma anche la felicità, la mancanza di preoccupazioni e di stress. A cinquant’anni, infatti, l’età dei primi bilanci, il benessere psicologico inverte la tendenza che aveva a vent’anni, l’età delle aspettative. Smette di calare, cambia direzione e inizia ad aumentare.

Per arrivare poi verso i 70 anni a superare il livello che aveva a 18 anni. La ritrovata giovinezza dei cinquantenni è stata misurata da un’équipe di psicologi della Stony Brook University di New York e pubblicata su Proceedings of the national academy of sciences. Lo studio fa parte di un filone relativamente nuovo della psicologia, che cerca di quantificare, per quanto possibile, entità impalpabili come felicità, benessere ed emozioni. I ricercatori di New York hanno intervistato ben 340mila persone, tutti americani, tra i 18 e gli 85 anni. Oltre a chiedergli di tracciare un bilancio complessivo della vita trascorsa fino ad allora, si sono interessati anche alle piccole vicende quotidiane. Domandando loro per esempio se nel corso della giornata precedente avevano provato sensazioni di stress, rabbia, divertimento, preoccupazione e tristezza.

L’età della "curva a gomito", quando le sensazioni negative iniziano a scendere, o accelerano nel loro calo se già si stavano riducendo, è risultata proprio quella del mezzo secolo. "Dopo i 50 anni - scrivono i ricercatori nel loro studio - gli americani mostrano un aumento del benessere psicologico generale, grazie alla crescita delle sensazioni positive e a livelli più bassi delle emozioni negative".

I ricercatori individuano le cause del ritrovato equilibrio dei 50enni (si tratta ovviamente di medie statistiche) nella serenità di un lavoro acquisito e di una famiglia con figli ormai cresciuti. Ma studi precedenti avevano spiegato in maniera dettagliata come anche il cervello si modifichi con l’età e tenda a selezionare esperienze e ricordi con criteri differenti. Un gruppo di settantenni, aveva dimostrato due anni fa Roberto Cabeza della Duke University, rivive con più nitidezza i ricordi positivi, mentre nei giovani (l’età media del gruppo era di 24 anni) si imprimono più profondamente le vicende negative.

Anche negli ottantenni che invecchiano con successo, osservò ad aprile di quest’anno uno studio della Iowa University pubblicato su Gerontology, il segreto della felicità è un ricordo piacevole, un evento felice avvenuto in passato che oggi può essere condiviso con figli o nipoti. E man mano che si avanza con l’età - concordano tutti gli studi - si scopre che l’ingrediente principale del benessere psicologico sta nelle piccole vicende della quotidianità. Quegli stessi ingredienti, spiega Daniel Kahneman - lo psicologo che ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 2002 proprio per i suoi studi pionieristici su come misurare il piacere di vivere - che mancano in genere a chi guadagna molto. Motivo per cui, dimostrò in uno studio di un anno fa, non sono i soldi a fare la felicità e più che un salario da nababbo è la stabilità finanziaria a fare la differenza in termini di qualità della vita.

Gli psicologi newyorchesi hanno dimostrato questa volta che mentre la rabbia decresce in maniera costante dai vent’anni in poi, la sensazione di preoccupazione cresce fino a 50 anni per poi iniziare a calare e proseguire nella sua discesa per il resto della vita. La riduzione dello stress ha una pendenza lieve fino alla mezza età, quando inizia ad abbassarsi bruscamente. I momenti di tristezza costellano invece la vita in tutte le sue fasi, senza differenze fra ventenni e cinquantenni. Nel divertimento i più giovani si ritrovano a braccetto con i settantenni: in entrambi i momenti si registra un picco, anche se ovviamente a far scattare una risata sono vicende o gag differenti. Le donne rispetto agli uomini vivono in maniera più accentuata le sensazioni negative di stress, preoccupazione e malinconia. Ma anche per loro vale l’inversione di tendenza, e l’età di mezzo rappresenta un nuovo inizio.
(18 maggio 2010), La REPUBBLICA, FOTO FLICKR

 

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