Quando andare al lavoro fa male
Donne e infortuni. Ne hanno meno dei colleghi uomini, ma rischiano di più soprattutto nel tragitto da e verso casa.
Quindi è importante prestare la dovuta attenzione!e sarebbe opportuno avere più tutela…che purtroppo manca nella maggior parte dei casi, soprattutto per le casalinghe…Sarà perché hanno sempre mille cose per la testa. Sarà che magari già prima di uscire hanno già caricato una lavatrice, preparato il pranzo da lasciare nel microonde e imbastito la cena. Sarà che prima di andare al lavoro ci sono i bambini da accompagnare a scuola, o il cane a cui far fare pipì e che il tempo non basta mai. Sarà per tutti questi motivi, o per il fatto che ormai le strade sono più pericolose di un campo minato, ma le donne si fanno male soprattutto nel tragitto casa-lavoro.
26 febbraio 2009. Un racconto dello scrittore Antonio Pascale all’interno della campagna di comunicazione sociale dell’INAIL "Diritti senza rovesci"
ROMA - Davanti al dolore degli altri non sappiamo mai come comportarci. Lo diceva la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag, lo ricorda Antonio Pascale, autore di "Trasformare il trauma in dolore", uno dei sei racconti scritti per l’edizione 2008 della campagna di comunicazione dell’Inail "Diritti senza rovesci", che raccoglie storie di discriminazione e malolavoro. Partendo dalle considerazioni sulla trasformazione del trauma in dolore da parte di Paolo, il counselor intervenuto a sostegno degli operai sopravvissuti al rogo della Thyssen Krupp che nel racconto viene citato con il solo nome di battesimo, Pascale riflette sugli infortuni sul lavoro e sulla loro rappresentazione mediatica, sul trauma e sulla sua difficile rielaborazione, sul rapporto tra le vittime degli infortuni e la comunità.
Più che di un racconto vero e proprio si tratta di una riflessione su come confrontarsi con il tema degli infortuni sul lavoro ma anche con la loro narrazione. Perché non ha scelto di raccontare una storia?
"E’ un problema complesso. Io ho letto l’intervista allo psicologo del lavoro che doveva fungere da matrice, e mi è sembrato che ci fosse una sapienza e una cultura che andava rispettata e non andava colonizzata con una storia nuova tout court. Dovevo rispettare una sapienza e una cultura che nasceva da un lavoro quotidiano".
C’è un interrogativo, una sorta di filo conduttore che percorre l’intero testo: cosa deve raccontare un cronista o un narratore quando si confrontare con un tema come quello degli infortuni sul lavoro e, in particolare, con quelli mortali?
"Si tratta di un problema moderno, in quanto le immagini e le denunce non mancano. Da dieci anni a questa parte sociologi, antropologi, studiosi di estetica si stanno chiedendo se davvero una denuncia fatta con un uso eccessivo di immagini violente possa essere efficace e se riesce veramente a comunicare un dolore e un disagio. È una domanda aperta, la cui risposta può essere data solo esaminando caso per caso la questione che di volta in volta si affronta. Leggendo l’intervista allo psicologo, mi sembrava che anche lui si interessasse a questo problema, ovviamente seguendo un suo percorso. Metteva in luce che una volta che l’evento è accaduto ed è stato raccontato da tutti, nessuno se ne occupa più. Nessuno pensa ai feriti, l’attenzione è tutta sui morti. Ma i morti sono morti e quelli che restano sono i feriti. È a loro che andava consegnata una possibilità di cura della ferita. Per questo, quando racconto un fatto tragico o violento, mi interrogo anche su come raccontarlo".
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