18 Febbraio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
cibo spazzatura - di fabrizio

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

Evviva le nuove generazioni. Se da un lato alcuni genitori cercano di alimentare il proprio piccolo con cibi più sani possibile, dall’altro, appena diventano poco più grandi, ma davvero poco, i bambini mostrano di amare cibi ipersalati, zuccherati e pieni di grassi. Alla faccia della salute…

Questo tipo di preferenza nell’alimentazione sembra partire già alla tenera età di tre/cinque anni. Questo è quanto asseriscono i ricercatori dell’Università dell’Oregon Lundquist College of Business che sempre di più constatano come i bambini prediligono i prodotti da fast-food, altrimenti chiamato “cibo spazzatura”. E se non sono pienamente soddisfatti del sapore che il cibo gli offre, aggiungono condimenti a go-go per renderlo… come dire… più interessante.

Perché i bambini di oggi sono così diversi, anche come gusti, rispetto a quelli di “ieri”? Non sarà colpa di quello che propina il mercato con le sue enormi – e poco salutari – varianti?
Secondo l’autrice dello studio, pubblicato sulla rivista Appetite, T. Bettina Cornwell, «L’esposizione ripetuta costruisce preferenze di gusto». Ahi ahi, a giudicare dalle sue parole non è colpa dei bambini ma, probabilmente, anche dei genitori che comprano loro cibi che non dovrebbero.

Durante lo studio, si è potuto constatare che l’utilizzo di cibi da fast-food e delle relative bevande induce i bambini a desiderare alimenti con maggior contenuto di zucchero, grassi e sale. Secondo Cornwell, in sostanza, la lotta contro l’obesità infantile bisogna iniziarla presto e da casa propria, sostituendo il cibo spazzatura con alimenti sani. Questo sembra essere l’unico metodo per sconfiggere obesità e problemi di salute in età adulta (e spesso anche prima).

Certo è che i genitori dovrebbero porre più attenzione ai cibi che offrono ai loro figli. In particolare se questi sono alimenti già pronti, strombazzati come la soluzione perfetta per chi ha poco tempo da dedicare alla propria dieta e quale alternativa “sana” al più prosaico, e fuori moda, cucinare da sé.

La mousse di mela di marca non avrà mai lo stesso sapore di quella fatta in casa, così come l’omogeneizzato di pollo e merendine varie. Nessun alimento commerciale ha il sapore dell’alimento preparato in casa, per quanto possa essere sbandierato ai quattro venti come cibo “naturale e sano”. Ed è così che il bambino si abitua a sapori “finti”. Dedicare una mezz’ora in più al giorno alla preparazione del pasto del bambino, non solo garantisce al piccolo una preferenza di sapori veri, ma anche di migliore salute in età adulta. Provare per credere.

INFORMARSI PER DIFENDERSI
Spesso, poi, la migliore difesa della propria salute, e quella di chi ci sta accanto, passa proprio dall’informazione. Un’informazione accurata permette di fare scelte accurate.
In questo senso può venirci in aiuto un manuale edito in questi giorni da Giunti, dal titolo Il dilemma dell’onnivoro, di Michael Pollan che, al pari di un detective, ci porta alla scoperta di cosa si nasconde dietro a quello che mangiamo.
Michael Pollan viene portato dal suo lavoro di giornalista a contatto con una realtà sconosciuta: il cibo che ogni giorno mangia. Lo compra, come tutti, al supermercato, ma da dove arriva? Come è prodotto, cosa c’è davvero dentro… dietro?

La sconvolgente visione di un campo di patate coltivato da un computer, che gestisce la migliore resa per mezzo di un potente e pericoloso pesticida, che non permette di avvicinarsi alle piante prima di 5 giorni per non esserne intossicati gravemente; e ancora la vista di un allevamento intensivo dove l’unica cosa riconoscibile era il puzzo nauseabondo del letame in cui sono immerse e schiacciate l’una all’altra le vacche… gli fa decidere di improvvisarsi “detective del cibo” per conoscere l’evoluzione e i segreti nascosti dietro quello che si mangia, dal seme al frutto, dalla storia del “cibo con una faccia” alla carne lavorata e anatomicamente irriconoscibile.

Inizia così una ricerca che lo porta a conoscere varie realtà, dalla produzione industriale a quella dei produttori diretti. Fast food, supermercati, fabbriche, macelli e piccole fattorie diventeranno il terreno della sua instancabile marcia verso la consapevolezza. Alla fine, ne resterà la certezza di non aver mai saputo cosa mettesse nello stomaco e di come questo alimentasse una realtà fatta di attentati alla salute e all’ambiente. Quello che mangiamo, in molti casi è petrolio – letteralmente - spiega Pollan.
[lm&sdp]

Il libro citato: “Il dilemma dell’onnivoro”, di Michael Pollan – Giunti editore – pp. 336 – euro 13,50.
Lo trovi QUI. Da la stampa, foto flickr
 

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08 Febbraio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
BMI - di fabrizio

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/article.php?articleid=485

 

Nei pazienti affetti da ipertensione e cardiopatia ischemica cronica, quanto maggiore è l’indice di massa corporea (Bmi), tanto più peggiorano il profilo clinico e i tassi di controllo dei fattori di rischio. La precisazione, necessaria dopo che da alcuni studi sembrava emergere una prognosi migliore nei soggetti in sovrappeso od obesi con malattie cardiovascolari rispetto a persone con Bmi =/< 25 kg/m2, giunge da uno studio effettuato da Vivencio Barrios, del dipartimento di Cardiologia dell’hospital Ramón y Cajal di Madrid, e collaboratori. Sono stati presi in considerazione 2.024 pazienti (età media 66,8 anni, 31,7% donne), di cui lo 0,1% con un Bmi < 20 kg/m2, il 17,1% con un Bmi di 20-24 kg/m2, il 53,7% con Bmi di 25-29,9 kg/m2, il 23,7% con Bmi di 30-34,9 kg/m2, il 4,3% con Bmi di 35-39,9 kg/m2 e l’1,1% con Bmi =/> 40 kg/m2. Il sottogruppo di pazienti con un Bmi =/> 30 kg/m2 (ovvero obesi) presentava una quota più elevata di donne e una frequenza maggiore di disfunzione diastolica, diabete, dislipidemia, ipertrofia ventricolare sinistra e scompenso cardiaco. Si è inoltre notata una correlazione inversa fra i tassi di controllo dei fattori di rischio (ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia-Ldl, diabete mellito) e il Bmi. Obesity, 2010; 18(10):2017-22  da doctor news, foto fickr

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21 Gennaio 2011 articolo inserito in: Formazione e Convegni
TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DELL’OBESITÀ, Verona - di cristina

TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE DELL’OBESITÀ

DOCENTE: Dott. Riccardo Dalle Grave

Il Dottor Riccardo Dalle Grave dirige l’Unità di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda. È autore di numerose pubblicazioni su riviste scientifi che internazionali e di libri riguardanti il trattamento dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione. È membro del comitato editoriale di Obesity Surgery ed è presidente dell’AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso).

IL CORSO È IN FASE DI ACCREDITAMENTO ECM PER MEDICI, PSICOLOGI, DIETISTI, BIOLOGI NUTRIZIONISTI

 

OBIETTIVI GENERALI DEL CORSO

- Fornire le conoscenze teoriche e pratiche sulla teoria e terapia cognitivo comportamentale del sovrappeso e dell’obesità
- Far apprendere le abilità teoriche e pratiche per applicare in setting diversi la terapia cognitivo comportamentale del sovrappeso e dell’obesità
- Fornire le conoscenze teoriche e pratiche per organizzare e lavorare in un’equipe multidisciplinare

A CHI È RIVOLTO
A medici, dietisti, psicologi e psicoterapeuti che abbiano intenzione di acquisire il know-how più aggiornato nella cura dell’obesità basata sulla modificazione dello stile di vita.

SEDE DEL CORSO:
Centro Congressi Hotel San Marco - Via Longhena, 42 – 37138 Verona

COSTI:
Socio operativo: Euro 150 + IVA
Socio ordinario: Euro 250 + IVA
Socio sostenitore professionista: Euro 350 + IVA
Non socio: Euro 400+ IVA

VENERDÌ 18 MARZO 2011
- Terapia comportamentale del sovrappeso e dell’obesità: effi cacia e limiti
- Terapia farmacologica del sovrappeso e dell’obesità: effi cacia e limiti
- Terapia chirurgica del sovrappeso e dell’obesità: efficacia e limiti
- Strategie non chirurgiche per potenziare la perdita di peso
- La nuova teoria cognitivo comportamentale per la perdita e il mantenimento del peso
- Organizzazione generale del nuovo programma di terapia comportamentale del sovrappeso dell’obesità

SABATO 19 MARZO 2011
Fase della perdita di peso:
- Monitorare l’alimentazione, l’attività fi sica ed il peso corporeo
- Modifi care lo stile di vita
- Affrontare gli ostacoli alla perdita di peso
- Affrontare gli obiettivi di peso e gli obiettivi primari

Fase del mantenimento del peso:
- Affrontare gli ostacoli al mantenimento del peso

Per maggiori informazioni:
Segreteria organizzativa Positive Press - Gloria Carli - Tel. 045 8103915 - E-mail: positivepress@tin.it. Per vedere tutti i corsi in programma visita i siti: www.positivepress.net e www.aidap.org Visita anche il nuovo sito www.emozioniecibo.it

Se ritiene che un Suo collega sia interessato al Servizio, può inviargli copia della presente e-mail.
 

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01 Gennaio 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
fruttosio e gotta - di fabrizio

 Bevande con fruttosio aumentano la gotta nelle donne

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

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 Nelle donne che non presentano una storia di gotta, il consumo di bevande arricchite con fruttosio o di succo d’arancia si associa a un aumento del rischio di gotta incidente. Comunque il contributo di questi prodotti al rischio di tale malattia è modesto in considerazione del basso tasso di incidenza della malattia fra le donne. È questo il risultato di uno studio che ha coinvolto 78.906 donne coinvolte nel Nurses’ health study. Durante i 22 anni di follow up, sono stati documentati e accertati 778 casi incidenti di gotta. L’aumento nel consumo di bevande arricchite di fruttosio è risultato associato in modo indipendente all’aumento del rischio di gotta. Confrontato con il consumo di meno di una porzione al mese di bevande arricchite con lo zucchero, il rischio relativo multivariato di gotta nelle donne che bevevano queste bevande una volta al giorno è risultato essere di 1,74 e per due o più porzioni al giorno di 2,39. Il rischio relativo corrispondente per il succo di arancia è invece apparso pari, rispettivamente, a 1,41 e 2,42. Le differenze in rischio assoluto corrispondenti a questi rischi relativi sono state quantificate in 36 e 68 casi ogni 100mila anni/persona per le bevande arricchite di fruttosio e 14 e 47 per il succo d’arancia, rispettivamente. Per quanto riguarda i soft drinks dietetici, non sono emerse associazioni con i rischi di gotta. Confrontato con il più basso quintile di assunzione di fruttosio, il rischio relativo multivariato di gotta nel quintile più alto si è attestato su 1,62, con una differenza di rischio di 28 casi ogni 100mila anni/persona. Il lavoro è firmato da un gruppo di ricercatori guidato da Hyon K. Choi, della Boston university school of medicine. JAMA, 2010 Nov 10. [Epub ahead of print]  Da doctor news, foto flickr 
 

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17 Dicembre 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Obbligo all´industria di ridurre il sale nei cibi - di fabrizio

A cura di Fabrizio Tondat, Biologo Nutrizionista: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri 338 3642035

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La restrizione obbligatoria del contenuto di sale nei cibi lavorati dall’industria alimentare può alleggerire il peso costituito dalle patologie legate a un elevato consumo di sale, determinando un "guadagno di salute" circa 20 volte superiore rispetto alle iniziative mirate a un minore apporto su base volontaria. Concentrare l’intervento sui produttori di cibi, inoltre, è meno costoso per un Governo rispetto al varo di campagne con consigli dietetici diretti alla popolazione. A sostenere queste tesi sono Linda J. Cobiac, Theo Vos e J. Lennert Veerman, della school of Population health presso la university of Queensland a Herston (Australia). Gli autori sono arrivati a queste conclusioni dopo aver analizzato un’iniziativa messa in atto in Australia, il Tick program, con la quale si incoraggiava l’industria alimentare a marchiare con un logo i prodotti con moderato quantitativo di sale (fino a 400 mg/100 g), ipotizzando che ciò avrebbe favorito le vendite. Sono stati quindi paragonati i benefici clinici ed economici di questo programma volontario con quelli calcolati da un modello disegnato per prevedere gli outcome raggiungibili con una vasta legislazione australiana in materia (nello specifico, limitandosi a considerare pane, margarina e cereali). I risultati hanno dimostrato che la popolazione australiana potrebbe guadagnare 610mila anni di vita liberi da malattia (Daly) grazie alla riduzione obbligatoria nazionale del consumo di sale fino a un massimo di 6 g/die. Gli autori sottolineano, inoltre, che spesso la gente non si accorge della riduzione del sale dei cibi; nel pane, per esempio, non è avvertita fino a quote del 20%.

Heart, 2010 Nov 1. [Epub ahead of print] doctor news, da doctor news, foto flickr
 

 

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