17 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
sportello di ascolto sul disagio maschile, Torino - di cristina

 

Contro la violenza sulle donne uno sportello per il disagio maschile Ampliato il servizio d ‘ascolto promosso dalla Provincia di Torino

 

 

 

 

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi

Nove casi in tre settimane: è questo l?agghiacciante numero riportato dalle cronache nere di donne assassinate da compagni, fidanzati,corteggiatori, uomini con cui avevano avuto una relazione ormai finita. In generale, i delitti in famiglia sono da qualche anno in drastico aumento: quelli compiuti tra le mura domestiche e all?interno dello stesso nucleo familiare sono infatti al primo posto del totale nazionale, con una maggiore incidenza nel Nord Italia rispetto al resto del territorio nazionale: e le vittime più frequenti sono le donne. Un fenomeno allarmante, che denuncia un crescente disagio nelle relazioni familiari e soprattutto fra gli uomini, in prevalenza gli autori di questi efferati e disperati delitti, ma anche delle violenze compiute all?interno delle famiglie.

Spesso la violenza sfocia improvvisa dopo un lungo periodo di difficoltà che sono state sottovalutate: se in famiglia non ci si parla più, se la rabbia per situazioni critiche viene sfogata fra le mura domestiche, se si hanno reazioni violente nei confronti di mogli, madri, figli, fidanzate dovrebbe scattare un campanello d’allarme.

Per offrire agli uomini che si accorgono di vivere una situazione di grande stress emotivo un aiuto, la Provincia di Torino ha inaugurato nel 2009, in collaborazione con l’associazione di volontariato "Il Cerchio degli Uomini" e con il contributo economico della Regione Piemonte lo Sportello telefonico per l’ascolto del disagio maschile.

Lo sportello risponde al numero 011.247.81.85 e opererà da luglio 2010 con un nuovo ed ampliato orario: lun-mar dalle ore 18 alle 19, merc-giov-ven dalle 12 alle 13. Oltre a garantire la più completa riservatezza, lo sportello prevede inoltre la possibilità di partecipare a gruppi di condivisione, formati da 7/10 persone (di soli uomini e misti), finalizzati alla realizzazione di un percorso di consapevolezza e cambiamento per coloro che si trovano in situazioni di disagio familiare e relazionale e sono rivolti alla prevenzione della violenza.

Provincia di Torino
Servizio Pari Opportunità e Politiche dei Tempi
C.so Lanza, 75 - 10131 Torino
tel. +39 011-8613532 fax. +39 011-8613539

 

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12 Agosto 2010 articolo inserito in: Formazione e Convegni
formazione per psicologi a Torino sull´attaccamento - di cristina

Il modello dInamIco-maturatIvo dell’attaccamento dI P. crIttenden e la sua aPPlIcazIone nella cura del genItore maltrattante.

semInarIo di studio con andrea LANDINI venerdÌ 15 ottoBre 2010 - ore 9.30/17.00 educatorIo della ProvvIdenza
corso trento 13 - TorIno

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
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Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
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La teoria dell’attaccamento ha origine da un focus sul ruolo dell’esposizione al pericolo nel generare organizzazioni mentali e comportamentali, volte strategicamente alla sopravvivenza degli individui e della loro prole. Il modello dinamico-maturativo elaborato da P. Crittenden riprende questo focus, articolandolo riguardo ai meccanismi di elaborazione delle informazioni nei vari sistemi di memoria, e declinandolo nelle varie fasi dello sviluppo in base alle caratteristiche funzionali relative al livello maturativo raggiunto, ed alle potenzialità strategiche conseguenti. A partire dalla prima infanzia, verranno tracciati i percorsi di sviluppo rispetto ai quali si strutturano le diverse strategie di attaccamento, con particolare riferimento a quelle più disfunzionali che possono, persistendo nell’età adulta, rappresentare un fattore di rischio rispetto alla genitorialità. Secondo il modello dinamicomaturativo, infatti, un’ipotesi esplicativa delle gravi disfunzioni genitoriali è fondata sulla attivazione nei confronti dei figli di strategie difensive sviluppate in risposta a minacce vissute nell’infanzia.

ANDREA LANDINI
Medico Neuropsichiatria infantile, svolge attività clinica libero-professionale come neuropsichiatra infantile e come psicoterapeuta a indirizzo cognitivo-costruttivista a Reggio Emilia. Membro fondatore e componente del direttivo della International Association for the Study of Attachment (IASA), consulente e formatore per i Servizi Educativi e Sociali del Comune di Rimini Docente presso le scuole di specializzazione in psicoterapia: Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (Bologna), CESIPc (Firenze-Padova-Livorno), Studi Cognitivi Modena, Istituto di Terapia Familiare di Modena, Istituto Veneto di Terapia Familiare, Istituto di Terapia Post-Razionalista (IPRA), Roma. Ha svolto incarichi di formazione all’utilizzo e codifica del CARE-Index nel 2009 presso l’Hôpital Maisonneuve-Rosemont, Centre affilié à l’Université de Montréal, Montréal, Quebec, Canada, nel 2008 a Reggio Emilia e a Vårljus SA, Sweden.
Dal 2002 collabora con Patricia Crittenden per la formazione alla somministrazione e interpretazione della Adult Attachment Interview. Ha svolto anche incarichi di consulenza al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia dell’Età Evolutiva dell’Ospedale Maggiore di Bologna sulla lettura di protocolli AAI in casi di tentato suicidio di adolescenti.

 

Per informazioni ed iscrizioni:
Segreteria Centro Tutela Minori
Dal lunedì al venerdi ore 9-13
Tel./fax 011548747
e-mail: ctm.paradigma@iol.it
sito web: www.cooperativaparadigma.it

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05 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
verso una pedagogia dell´empatia - di cristina

Verso una pedagogia dell’empatia

tratto da LA STAMPA, 12 luglio 2010, articolo di ROSALBA MICELI

 

 

 

 

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In accordo a Edith Stein, l’empatia (letteralmente “sentire”) è alla base di tutte le forme con cui ci accostiamo ad un altro, agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Approfondiamo i molteplici aspetti del comportamento empatico con Antonio Bellingreri, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università degli Studi di Palermo, autore del saggio “Per una pedagogia dell’empatia” (Vita e Pensiero). 

Professore, in un’epoca segnata dai progressi della scienza e della tecnica, parlare di empatia, cercare di risalire alle radici umane della socialità, può sembrare anacronistico?
Le competenze scientifiche o tecnologiche possono rivelarsi inadeguate per la conoscenza personale (il rapporto dell’individuo con se stesso, ed il rapporto con gli altri). 

Come definisce l’empatia in due parole?
L’empatia è sguardo e parola. Sguardo non intrusivo, che diviene, grazie alla comprensione emozionale empatica, capace di vedere il volto dell’altro. Le parole dette e ascoltate, interpretate e ricomprese, formano, per i soggetti coinvolti, un universo di senso condiviso.
Ci mettiamo “nei panni dell’altro” per confermare un’immagine nota di noi stessi, oppure siamo disponibili alla sorpresa, allo spiazzamento?
Intervengono processi di identificazione, di proiezione di sé (se prevale la proiezione di sé nell’altro sperimentiamo una cattiva o falsa empatia), di introiezione, contagio, imitazione ma anche immaginazione. Complessivamente e variamente bilanciati, concorrono al “decentramento” che è indispensabile per rappresentarsi mentalmente le esperienze di altri, il loro mondo interiore. L’attivazione empatica segue un modello molto complesso, è una “performance” in cui entra in gioco tutta l’energia psichica del soggetto. 

Come spiegare la disposizione empatica?
Si tratta di un comportamento “connaturale” (da preferire al termine “innato”) all’essere umano. Comportamenti “di tipo empatico”, come il contagio emotivo, sono presenti già nel neonato (il bambino piange in risposta al pianto di un altro). La psicologia dello sviluppo distingue gli stadi del processo di crescita dell’empatia dal semplice contagio emotivo, alle risposte imitative, fino all’emergere di una “teoria della mente” (rappresentazioni mentali di ciò che accade nel mondo mentale degli altri). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, ed una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Dunque è molto più di una emozione, è un sentimento intelligente, un atto d’amore ricco di intelligenza.

L’opera di formazione di una personalità capace di empatia matura coincide con la semplice dinamica dello sviluppo psichico del soggetto?
L’empatia è un processo che può essere attuato. Ogni uomo è capace di empatia, pur se con forme diverse di consapevolezza. Formarla come carattere stabile acquisito denota la “personalità empatica” con un buon equilibrio psichico, capace di compassione, ma anche di condivisione lieta, uno stile esistenziale eminentemente personale ed un modo originale di “abitare il mondo”. Al vertice del processo, l’empatia si configura come una “virtù”, frutto della formazione del soggetto, ma anche di una scelta consapevole (il voler essere così), quasi una conversione al bene (insight migliorativo). In particolare distinguo due processi: “educare l’empatia” (processo formativo individuale) ed “educare all’empatia” che rappresenta la meta del processo educativo. 

Come si alimenta la virtù empatica?
Necessita di esposizione ai contatti umani, di interesse per persone al di fuori di sé, di continuo coinvolgimento con gli altri, di “affabilità” (offrire se stesso agli altri per quello che si è), di “liberalità” (offrire quello che si ha), di “amabilità” (lasciarsi amare dagli altri), buon carattere, stile comunicativo rivolto alla persona (messaggio ad personam) ed inerente alla situazione, al contesto. Accostarsi alle diverse forme di arte può essere molto importante per una formazione empatica poiché sviluppa l’immaginazione, ma anche l’immedesimazione con i pensieri ed i sentimenti di un’altra persona. 

L’attenzione per l’altro è fondamento sia dell’intervento educativo che di cura. Empatia e principio di cura, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, sono strettamente connessi?
L’empatia precede e motiva la cura per l’altro.

L’empatia costituisce uno strumento per l’educatore?
L’empatia non è uno strumento, ma una importante categoria pedagogica. Si può parlare di una natura educativa dell’empatia quasi intrinseca. Non c’è relazione autenticamente educativa che non sia una relazione empatica. Si educa qualcuno quando si riesce ad attivare in lui il desiderio di esistere, di divenire pienamente ciò che si è, ad aver cura di sé, dell’altro, delle relazioni, della vita. L’empatia è il sentimento che sostiene i processi di configurazione significante dei modi di sentire, di pensare e di comportarsi dell’altro. L’empatia non è un metodo ma una virtù, una virtù dell’educatore che a sua volta cerca di suscitare nell’educando la medesima virtù. In questo senso diciamo che una persona è “educata” quando ha acquistato la virtù dell’empatia.

Quale conoscenza, quale incontro, quale cambiamento, ci attendono se rischiamo l’avventura di “entrare nei panni dell’altro”?
La natura conoscitiva dell’empatia porta a conoscere se stessi e conoscere gli altri. Possiamo conoscere noi stessi solo in relazione ad altri: è tramite il continuo processo di relazione che diventiamo ciò che siamo in una crescita di consapevolezza, di introspezione, attivando un dialogo interiore. Un indizio di una buona coscienza empatica è essere capaci di provare empatia nei confronti di se stessi, ovvero di accettarsi, riconoscersi, amarsi, aver cura di sé. Affinché l’empatia sia autentica (la buona coscienza empatica) devono essere presenti tre condizioni: l’atteggiamento veritativo (in accordo a Heidegger) ovvero lascia essere l’altro per quello che è e per quello che può essere e/o deve essere; l’atteggiamento etico (in accordo a Kant) considera l’altro come un valore, un bene in sé e per sé, che liberamente si sceglie di conoscere, amare e promuovere; l’atteggiamento spirituale o comunitario crea relazioni, legami empatici, in un riconoscimento reciproco. Tuttavia si può avere una forma di empatia estrema, per chi non ci ama, non ci riconosce, anche tra nemici giurati.

Possiamo pensare ad una didattica dell’empatia, mediante esercizi di apertura mentale?
Ho condotto esperienze di training rivolte agli insegnanti di un liceo. Si presentava una situazione e ognuno doveva provare a rispondere a questa domanda: “cosa faresti al posto di?”. Assumere la prospettiva di un altro ha innanzi tutto il significato di mettersi fisicamente al suo posto, mentre l’assunzione di ruolo implica il fare proprio il punto di vista di un altro, il suo particolare modo di intendere il mondo. 

Se vogliamo vivere veramente in un mondo partecipativo, l’empatia può divenire il mezzo con cui comprendiamo e costruiamo la nostra realtà condivisa? E’ possibile “la civiltà dell’empatia” ipotizzata da alcuni studiosi tra cui il sociologo ed economista americano Jeremy Rifkin?
L’empatia alimenta la possibilità di riconoscersi in una causa di utilità comune ed evolve in comportamenti prosociali che formano il nucleo di comunità solidali. Le ricerche sociologiche indicano che funzionano al meglio le “microcomunità” empatiche (piccoli gruppi quali la famiglia, l’amore, la vita di coppia, o parentele elettive) segnate da un clima emotivamente caldo, come ambiti di comune elaborazione di senso.
 

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24 Luglio 2010 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
Il ruolo del counselor - di fabrizio

La coppia di fronte alla malattia grave: Il ruolo del counselor sistemico

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
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Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi, nutrizionista

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

 

Guglielmina Colonna, foto flick

Ognuno di noi quando viene colpito da una notizia poco piacevole o comunque triste, ha un suo modo di reagire: c’è chi si dispera, chi piange, chi si chiude in un “guscio”.
Improvvisamente cambia lo scenario, veniamo sopraffatti dal mondo emozionale con tutte le sue conseguenze..

Nell’incontro con la coppia, con il paziente, lo psicoterapeuta, il counselor deve saper gestire il dramma, deve saper contenere il pensare, il sentire e l’agire dell’altro che chiede aiuto.
Il counselor diventa, in un primo momento, un testimone silenzioso.

Questa è la premessa di un seminario, molto interessante dal titolo: “Perduto amor: il terapeuta e la coppia di fronte alla malattia grave” dott. Giuseppe Ruggiero

Basilare é la consultazione con la coppia che può essere utilizzata come fase preliminare per una psicoterapia o,se di breve durata, per un percorso di counseling.
L’area di indagine in tale contesto, deve puntare sull’analisi dell’invio e delle domande, sulla storia e natura della problematica, sulla storia del legame e infine sulla storia personale e familiare di ciascun partner.
Il Terapeuta/il Counselor deve mirare a saper coniugare sia gli aspetti intrapsichici che quelli interpersonali coinvolti nella crisi di coppia.
Le coppie che chiedono aiuto devono sentirsi contenute, comprese dall’altro. Il counselor per la coppia significa, essere se stessi e vedere se stessi nella relazione, deve essere capace di stare “dentro la relazione”e contestualmente riflettere sul modo di interagire l’uno nei confronti dell’altro.
Insomma essere soggettivamente coinvolto con entrambi i partner, osservarli, ma allo stesso tempo, restare all’esterno della relazione.

Osservando lo scenario, si osserva , si assiste a un certo adattamento dei pazienti alla patologia oncologica attraverso il maggior bisogno di comunicare, l’intenso bisogno di affetto, il conforto fisico, la vicinanza emotiva.

Nella coppia di fronte alla malattia, si manifesta la capacità di offrirsi vicendevolmente solidarietà e comprensione ovvero si viene a creare un sostegno reciproco.
Il sostegno affettivo che il coniuge malato dà a quello sano alimenta il supporto che il coniuge sano riuscirà a dare a quello malato, quindi viene a crearsi una interazione circolare.
Il paziente non solo è preoccupato per le conseguenze della malattia su di sé, ma anche per le ripercussioni che la diagnosi grave avrà sui suoi familiari. Addirittura il malato tende a proteggerli dal dolore e dalla sofferenza dando loro conforto.

Si viene a instaurare un processo di interazione adattiva e di mutuo sostegno tra i due coniugi che tende a sviluppare un senso di unità e a costruire modalità di risposte equilibrate alla situazione critica. Questo procedimento si esplicita attraverso una comunicazione empatica dei partner, un’intimità emotiva e una percezione realistica e condivisa delle sfide e delle responsabilità che si devono affrontare nella gestione del grave disagio.

In questi casi è molto importante migliorare le abilità, le capacità dei singoli membri della coppia, per favorire un’interconnessione tra condivisione emotiva e cognitiva, con l’obiettivo di ottenere un miglior adattamento alla malattia sia da parte del paziente che del coniuge sano.
E’ sempre auspicabile lo sviluppo di una sinergia positiva sia nelle abilità individuali che di coppia al fine di ridurre il livello di stress emotivo.

Uno studio di ricerca americano ha scoperto che l’ospedalizzazione di uno dei coniugi per una seria malattia, aumenta il rischio di morte anche dell’altro partner in buona salute, entro i due anni dal manifestarsi della malattia.
Dallo studio è emerso che la mortalità varia in base alla diagnosi e che le donne sembrano resistere meglio alla malattia del marito. Gli effetti sulla salute possono avere implicazioni psicologiche come preoccupazione, mancanza di affetto, implicazioni sociali, ad esempio mancanza di aiuti di ogni genere.
Sarebbe opportuno che, quando ci si trova in una siffatta situazione, ci si rivolgesse ai servizi sociali per un aiuto concreto.
 

Lo psicoterapeuta /il counselor osserva attentamente:
• L’evolversi della malattia, il dolore, la perdita, la qualità della comunicazione emotiva ovvero in che modo i partner esprimono le proprie emozioni e i propri bisogni di sostegno e di adattamento; l’impatto della malattia sulla vita sessuale.
• Conflitti preesistenti e quelli emergenti, sapere se ci sono stati precedenti eventi stressanti.
• Le reazioni diverse alla comunicazione della diagnosi sono molto differenti sia nell’uomo che nella donna.
• La malattia nelle diverse fasi del ciclo vitale della coppia tra vincoli e risorse come la tipizzazione di: coppia neoformata, con bambini piccoli, con figli adolescenti, la coppia nella fase delicata del “nido vuoto”, separata, ricostituita, anziana.
La relazione di coppia nelle diverse fasi della malattia: la comunicazione della diagnosi, la fase acuta di malattia, dei trattamenti terapeutici,di stabilizzazione, la riacutizzazione della malattia, quella, purtroppo, terminale e infine la fase della perdita e l’elaborazione del lutto.

L’intervista relazionale alla coppia deve basarsi su brevi notizie sulla storia della coppia, approfondendo in particolare le modalità con cui la coppia ha affrontato eventuali eventi critici pregressi e le risorse disponibili nel sistema familiare e nella rete sociale di supporto.
L’evento malattia come modalità di comunicazione della diagnosi, i vissuti emotivi personali, le reazioni del partner e degli altri membri della famiglia e della rete sociale, conflitti e problematiche che la malattia ha evidenziato, tipo di organizzazione per la gestione delle cure e la vita quotidiana. La relazione di coppia prima e dopo la malattia.

Possibili scenari futuri:
partendo dall’immagine attuale, avere una descrizione di possibili scenari futuri della coppia.
 

Il counseling sistemico con la coppia si propone di:

• rinsaldare i legami affettivi rassicurando il paziente che teme il distanziamento emotivo del partner
• sostenere il coniuge sano nell’impegno emotivo e strumentale quotidiano, favorendo il superamento dei sentimenti di inadeguatezza riguardo alla capacità di aiutare il proprio partner ad affrontare la malattia e di gestire le nuove responsabilità che da questo derivano
• scoraggiare atteggiamenti di iperprotettività ed ipercontrollo nel coniuge sano che possono relegare ad un ruolo passivo e dipendente il coniuge malato
• aiutare la coppia a superare tensioni e difficoltà relazionali insorte con la malattie a risolvere conflitti precedenti ad essa
• affrontare i disagi nella sfera sessuale e i vissuti correlati alla perdita della potenza sessuale negli uomini
• facilitare il dialogo di coppia, favorendo la condivisione tra i partner di opinioni ed emozioni sulla malattia per evitare l’isolamento affettivo.

Fasi del processo di counseling sanitario:
• l’accoglienza
• l’analisi della domanda
• l’analisi del contesto
• l’identificazione delle aree problematiche
• l’identificazione degli obiettivi e del contratto
• l’esplorazione delle risorse
• la scelta delle opzioni
• la verifica delle soluzioni
• la valutazione del processo attraverso il follow-up

Come intervenire:
• counseling educazionale (2colloqui)
• counseling per la gestione della crisi emotiva (2 o più colloqui, dipende dalle personalità)
• counseling di accompagnamento durante le fasi diagnostiche e terapeutiche all’interno dell’istituzione (numero dei colloqui in funzione della durata del trattamento)
• counseling focalizzato sullo stile di coping di coppia (4 – 6 colloqui)
• counseling per le situazioni di terminalità e per l’elaborazione del lutto (3 – 4 colloqui)
• Psicoterapia di coppia (10 -12 colloqui)
Il seminario è stato corredato anche da flash- film.

 

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13 Luglio 2010 articolo inserito in: Psicologia
Il giudice condanna Sean Penn «Segua una terapia contro l’ira» - di fabrizio

 

IL CASO - PICCHIÒ UN FOTOGRAFO: TRECENTO ORE DI SERVIZI SOCIALI da:  IL CORRIERE DELLA SERA

www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php

Il giudice condanna Sean Penn «Segua una terapia contro l’ira»
MILANO — Si chiama «anger management counseling» e non poteva che essere una trovata americana. Si tratta di un corso per la gestione della rabbia e questa volta a sottoporsi alla «riabilitazione» sarà nientemeno che Sean Penn. Come è noto, l’attore/regista è piuttosto iracondo e lo scorso ottobre si è reso protagonista di una rissa con un fotografo in uno shopping center vicino Los Angeles, in California. Penn, 49 anni, — atteso al Festival di Cannes come protagonista insieme a Naomi Watts dell’unico film americano in concorso, Fair Game di Liman, — in ottobre aveva assalito un fotografo: ha preso a calci il paparazzo e gli ha rotto la macchina fotografica. Uno scatto d’ira, pagato caro finora. Un giudice ha condannato l’attore, che non si è presentato all’udienza, a 300 ore di lavori presso i servizi sociali e alla frequentazione di 36 ore di corsi anti-rabbia. Una vera e propria terapia per imparare a gestire le proprie emozioni.
La corte lo ha inoltre condannato a tre anni di libertà vigilata e gli ha imposto di tenersi ad almeno 100 yarde (quasi 100 metri) di distanza dal fotografo picchiato. In una seconda udienza, prevista per l’8 luglio, l’attore potrebbe essere anche condannato ad un risarcimento danni. C’è di più: se sarà rinviato a giudizio, Penn, premio Oscar per le sue interpretazioni in Mystic River e Milk, potrebbe passare fino a 18 mesi dietro le sbarre. Il regista ha deciso che svolgerà le 300 ore della sentenza lavorando per la sua organizzazione benefica che opera tra i terremotati di Haiti, dove si è già recato più volte nelle scorse settimane. Insomma Penn dovrà davvero comportarsi bene perché questa volta non si scherza. L’attore—inizialmente accusato di percosse e vandalismo— rischiava fino a 18 mesi di carcere, ma il patteggiamento ha visto le accuse circoscritte al solo reato di vandalismo. Reato che potrebbe ulteriormente essere ridotto a disturbo della quiete pubblica se la star rispetterà quanto prescritto dalla corte.
L’avvocato di Penn, Richard Hirsch, ha spiegato che il suo cliente ha preferito patteggiare «perché prolungare questa vicenda giudiziaria non era nel suo interesse e lo avrebbe distratto dal suo impegno umanitario. Per questo ha deciso di accettare i termini dell’accordo». A sfavore di Penn hanno giocato diversi precedenti penali: nel 1987 era già stato condannato a 60 giorni di carcere sempre per aver aggredito un fotografo su un set. E nel 2006 era stato inoltre coinvolto in una rissa con uno dei paparazzi presenti al funerale del fratello Christopher.
Ma. Vo.
14 maggio 2010

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
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