25 Settembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Ricerca sulla salute mentale in Europa - di cristina

Ricerca sulla salute mentale in Europa

Lo stato della salute mentale e neurologica in Europa è oggetto di uno studio pubblicato dallo European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) che indica come i disturbi mentali e neurologici siano diventati la maggiore sfida per la salute degli europei nel XXI secolo. 

Lo studio ha preso in esame 30 paesi (l’Unione Europea più Svizzera, Islanda e Norvegia) per una popolazione complessiva di 514 milioni di persone
Ecco i principali risultati dello studio:

Ogni anno, il 38,2% della popolazione europea - pari a 164.800 mila persone - va incontro a qualche disturbo mentale.

I disturbi più frequenti sono rappresentati dai disturbi d’ansia (14,0%), insonnia (7,0%), depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (6,3%), dipendenza da alcol e droga (> 4%), deficit di attenzione e iperattività (ADHD , 5% nei giovani), e demenza (con una prevalenza dell’1% per la fascia d’età fra i 60 e i 65 anni e del 30% tra gli ultra ottantacinquenni).

Fatta eccezione per i disturbi da abuso di sostanze e e da ritardo mentale, non sono state rilevate variazioni di rilievo in base al tipo di cultura o alla nazione di appartenenza. Non sono stati rilevati neppure indizi di un aumento complessivo dei disturbi mentali rispetto al precedente analogo studio condotto nel 2005, che tuttavia aveva preso in esame solo adulti e limitatamente a 13 possibili tipi di diagnosi. Fa eccezione l’aumento dei casi di demenza, dovuto alla maggiore aspettativa di vita.

Rispetto ai dati del 2005 non è stato peraltro rilevato neppure un miglioramento nei tassi di trattamento dei disturbi mentali, che restano bassi: solo un terzo di tutti i casi riceve un trattamento.

Chi riceve un trattamento lo ottiene inoltre con notevole ritardo, solitamente di diversi anni, rispetto all’insorgenza del disturbo, e raramente vengono somministrate le terapie più aggiornate.

Se ai disturbi psichiatrici si aggiungono quelli di tipo neurologico (ictus, traumi cerebrali, morbo di Parkinson, sclerosi multipla), i disturbi al cervello, valutati sulla scala DALY, che misura gli anni di vita corretti per la disabilità, rappresentano il maggior peso economico relativo alla morbilità in tutta l’Unione Europea, assorbendo il 26,6% delle risorse. 

In particolare, le quattro condizioni più invalidanti (in termini di DALY) sono risultate essere depressione, demenze, uso di alcool e ictus.
 
Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/

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01 Agosto 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore - di fabrizio

Nutrizionista Fabrizio Tondat, Biologo 338 3642035: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri
http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore
Posted on 29 maggio 2011 by Immacolata Patrone
 

 

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo zen ha un effetto analgesico. Durante l’esercizio della concentrazione “positiva”, nel cervello si accendono alcune aree e se ne spengono delle altre in un’azione “combinata” che riduce la sofferenza anche del 40%

 

di ADELE SARNO

ROMA – Altro che analgesici: quando il dolore è troppo forte basta un’ora di meditazione. La capacità di concentrare la propria mente e liberarla dai pensieri negativi, infatti, avrebbe il potere di ridurre l’intensità del dolore fino al 40%. Non solo, abbasserebbe del 57% anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Queste “certezze” sono il punto d’arrivo di uno studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, secondo il quale lo zen batte i farmaci perché è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità. In altre parole, dicono i ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem (Usa), la meditazione ha il potere di “assopire” la corteccia somatosensoriale e di “svegliare” il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. Questa azione “combinata” sulle aree che governano la percezione del dolore ha un potere analgesico.

“L’effetto che abbiamo riscontrato è sorprendente – spiega Fadel Zeidan, autore dello studio – basti pensare che la morfina o altri antidolorifici riducono in media il dolore del 25%”. Per testare gli effetti postivi della meditazione sul dolore, il team ha coinvolto 15 volontari. Tutti erano novizi dello zen. Per questo il campione è stato invitato a partecipare a un corso intensivo di una paricolare forma di meditazione, chiamata ‘mindfullness’. Ogni lezione di “attenzione focalizzata” durava 20 minuti, durante gli incontri ai partecipanti si chiedeva di concentrare la mente sul respiro, di mandare via pensieri intrusivi ed emozioni negative.

Contemporaneamente gli studiosi, con un’apposita apparecchiatura sistemata sotto la gamba destra dei soggetti, generavano per cinque minuti un calore dolorifico, raggiungendo una temperatura di 49 gradi centigradi. Prima e dopo le lezioni, i ricercatori fotografavano ciò che accadeva nel cervello dei partecipanti grazie a una speciale risonanza magnetica, chiamata Arterial spin labelling. Questa particolare tecnica è in grado di rilevare, attraverso la mappatura del flusso sanguigno, l’intensita del dolore. Così registravano le reazioni dei partecipanti al dolore sia durante l’esercitazione sia mentre erano a riposo. E’ emerso che la meditazione spegne il dolore riducendolo del 40%, con delle punte del 93% in alcuni volontari.

A livello cerebrale le scansioni hanno messo in evidenza una riduzione significativa dell’attività della corteccia somato-sensoriale, un’area fortemente coinvolta nella genesi della sensazione di dolore. Contemporaneamente si iperattivavano anche altre zone: il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. “Queste regioni cerebrali – dicono i ricercatori – plasmano il modo in cui il cervello costruisce l’esperienza del dolore a partire dai segnali nervosi provenienti dal corpo”. Una delle ragioni per cui la meditazione può essere stata così efficace nel bloccare il dolore è che non agisce su una singola regione del cervello, ma a più livelli.

”Questo studio – dice Fadel Zeidan – mostra che la meditazione produce effetti realmente positivi sul cervello. E che quindi potrebbe garantire il controllo del dolore senza l’utilizzo di farmaci”.

(05 aprile 2011)

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/04/05/news/la_meditazione_riduce_il_dolore_del_40_-14538436/?ref=HREC2-12, foto flickr
 

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19 Luglio 2011 articolo inserito in: Formazione e Convegni
CONGRESSO EMDR NAZIONALE “TRAUMA E RELAZIONE” 23-24-25 SETTEMBRE 2011 Roma - di fabrizio

abstract del convegno EMDR Roma

CONGRESSO EMDR NAZIONALE
“TRAUMA E RELAZIONE”
23-24-25 SETTEMBRE 2011
Roma

http://www.emdritalia.it/ita/html/roma_2011.html
 

 

Domenica 25 settembre 09.00 – 10.00
Sessione Plenaria
TRAUMA E RELAZIONE: IL RUOLO DELL’ATTACCAMENTO
Grazia Attili
L’idea di Bowlby ( 1979) che l’attaccamento giochi un ruolo cruciale nella vita dell’individuo “dalla culla alla tomba” ha portato, ormai da decenni, a considerare il legame di coppia in età adulta come un processo di attaccamento . Questo significa che in una relazione sentimentale il partner viene percepito come figura di attaccamento, ovvero- alla stregua di quanto accade in età infantile- come colui/colei in grado di proteggere e di soddisfare i bisogni di conforto. Peraltro questa funzione è ad un livello profondo assimilata a quella che deriva dal nostro passato evoluzionistico: la figura di attaccamento dando protezione assicura la possibilità stessa di sopravvivere. Una interpretazione in questi termini del legame di coppia porta a considerare come trauma qualsiasi evento in cui venga meno il caregiving reciproco o la responsività di un partner verso l’altro. Evento altamente traumatico è, in prima istanza, la rottura della relazione di coppia sia essa dovuta alla perdita del coniuge sia alla separazione da esso/a. Non a caso Bowlby stesso descrive quali reazioni alla perdita della persona cara una serie di sintomi simili a quelli che si riscontrano nel disturbo post traumatico da stress (PTSD) sia pure dislocati lungo delle fasi che vanno dall’iniziale intontimento, alla rabbia, l’ostilità, all’elevata sensibilità interpersonale, fino al ridotto coinvolgimento con il mondo esterno, l’isolamento, la depressione, sintomi cui si accompagnano disturbi riconducibili ad una alterazione dell’omeostasi fisiologica. Il meccanismo che dà conto di queste reazioni può essere individuato, data la situazione di vulnerabilità in cui si trova il partner che ha perso la persona che dovrebbe proteggerlo, nell’attivazione del suo sistema dell’attaccamento e nell’impossibilità di poter indirizzare alla propria figura di attaccamento le sue richieste di conforto. Questo stesso meccanismo fa sì che, per un individuo che viva in coppia, si configuri come trauma qualsiasi evento lo tagli fuori dalla possibilità di essere protetto dal partner o il venire meno da parte di questi della disponibilità a porsi come base sicura: un coniuge che non si offre come supporto emotivo quando si ha un figlio con una malattia severa, una esperienza di tentato abuso da parte di terzi che non viene considerata importante dal partner, lo scoprire una relazione extraconiugale di un coniuge che ha comportamenti svalutativi ma che non si decide a chiudere il rapporto. In quest’ultimo caso, peraltro, il partner può porsi non solo come colui che nega la protezione ma come colui che è fonte di pericolo, dando luogo,così, a quelle reazioni patogene che caratterizzano l’attaccamento disorganizzato. L’impossibilità di trovare nel partner la disponibilità ad offrire conforto caratterizza il trauma che si riscontra nelle coppie che si ritrovino ad affrontare la morte del proprio figlio: l’attivazione del sistema dell’attaccamento porta a ritrovarsi nella assoluta solitudine data l’incapacità del partner di offrire conforto in quanto preso dal suo stesso dolore. Infine è da considerare l’impatto delle esperienze traumatiche vissute da un partner sull’altro membro della coppia, così che il disturbo da stress post traumatico (PTSD) dell’uno provoca nell’altro uno Stress da Trauma Secondario (STS), con un insieme di sintomi che dall’ansia vanno alla depressione, all’abbassamento dei livelli autostima dovuti anche in questo caso al venir meno di un reciproco caregiving. Si formerà così una dialettica circolare di distanza e scollegamento tra i partner la quale minerà la possibilità che i due costituiscano l’uno per l’altro quella base sicura necessaria per un sano funzionamento. Inutile dire che le difficoltà legate alle esperienze traumatiche vanno considerate in funzione dell’interdipendenza dei due partner e hanno un impatto diverso in funzione dei loro modelli operativi interni (IWM), così che è possibile affermare che l’insicurezza nell’assetto mentale relativo all’attaccamento di un partner contribuisce alla disorganizzazione emozionale dell’altro. Gli individui con IWM Ambivalenti/Preoccupati manifestano sintomi da stress più severi, e rispondono con traumi secondari più forti ai sintomi del coniuge, mentre IWM Evitanti /Distanzianti portano a ridurre gli esiti del PTSD e del STS, a meno che per uno dei due partner non si tratti di esperienze estremamente devastanti. Una terapia, di qualsivoglia approccio, che abbia lo scopo di aiutare a superare il trauma in una relazione di coppia dovrà tendere ad una revisione dei modelli operativi interni dei due partner e a promuovere un legame di attaccamento sicuro tra di essi così che ciascuno funzioni per l’altro come rifugio sicuro dal quale trarre il conforto e la protezione necessaria per la sopravvivenza.

 

 

10.00- 11.00
Sessione Plenaria
TRAUMA E RELAZIONE:
MEMORIE SOGGETTIVE E MEMORIE CONDIVISE NEL CONTESTO FAMILIARE
Silvia Mazzoni

Esaminando le diverse distinzioni proposte per classificare i tipi di memoria, molti autori sono concordi nel definire la memoria autobiografica come esplicita e dichiarativa. Essa implica un riconoscimento del Sé che sperimenta un evento in uno specifico punto nel tempo e nello spazio. Tuttavia, la M.A. non si riferisce solo al Sé, riguarda episodi che hanno un significato personale e che quindi possono essere stati vissuti dagli altri significativi e proposti attraverso le narrative familiari. L’esperienza traumatica può essere dunque “trasmessa” tra le generazioni. La famiglia esercita un’influenza sul processo di costruzione delle narrative sulla storia di vita attraverso le conversazioni sul passato che gli adulti allevanti attivano già a partire dai 12 mesi e le famiglie definiscono proprie modalità per creare resoconti coerenti delle esperienze e i componenti della famiglia collaborano (o competono) nel raccontare le proprie storie e descrivere le relazioni. Le narrative familiari si organizzano in un sistema di rappresentazioni condivise (represented family). Nella prospettiva familiare può essere analizzato il modo in cui i membri di una famiglia fanno i conti con il processo di “costruzione del significato condiviso”. Le storie familiari sono:
…. resoconti verbali delle esperienze importanti per la famiglia, che coinvolgono generalmente la creazione e il mantenimento delle relazioni, descrivono le regole delle relazioni e riflettono le credenze riguardo la famiglia e le altre istituzioni sociali. Un esame delle narrazioni familiari sottolinea il processo di costruzione del significato e ha come punto centrale l’interpretazione delle esperienze dalla prospettiva della famiglia. Alcuni casi esemplificativi verranno presentati per evidenziare il processo di trasmissione dell’esperienza traumatica tra le generazioni.

 

1 1.30- 12.30
Sessione Plenaria
L’IMPATTO DELLE TERAPIE DEL TRAUMA E DELL’EMDR SUL MODELLO
SISTEMICO FAMILIARE-INDIVIDUALE
Matteo Selvini

Uno dei limiti di fondo del modello sistemico classico (si veda La pragmatica della comunicazione di Watzlawick, 1967, o Paradosso e contro paradosso, 1975, fino agli epigoni post-moderni) è dato dal semi-annullamento della dimensione individuale (la famosa scatola nera), tra cui come ovvia conseguenza quella dell’elaborazione del trauma. Il movimento EMDR impatta così utilmente sui terapeuti sistemici nell’aiutarli a riscoprire/approfondire/integrare i temi dell’elaborazione/difesa della sofferenza e dei diversi tipi di personalità/funzionamento. Le mie scuole da qualche anno stanno formando all’EMDR tutti i docenti e tutti gli allievi del quarto anno: perché solo circa un terzo dei formati al primo livello utilizza poi effettivamente questa tecnica? Lo stiamo studiando con incontri a piccolo gruppo subito dopo i tre giorni del primo livello, appare infatti chiaro che chi non utilizza subito la tecnica non lo farà più.

12.30 – 13.00
Considerazioni finali e Chiusura Congresso

foto da:
http://www.emdritalia.it/ita/html/roma_2011.html

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13 Luglio 2011 articolo inserito in: Formazione e Convegni
abstract del convegno EMDR Roma - di fabrizio

abstract del convegno EMDR Roma

CONGRESSO EMDR NAZIONALE
“TRAUMA E RELAZIONE”
23-24-25 SETTEMBRE 2011
Roma

http://www.emdritalia.it/ita/html/roma_2011.html

10.00 – 11.00
Sessione Plenaria
GLI EFFETTI DEL TRAUMA SULLO SVILUPPO INFANTILE
Anna Maria Speranza

L’esperienza di eventi traumatici di diversa natura altera in maniera sostanziale il funzionamento psicologico e neurobiologico del bambino, sia in prossimità del trauma stesso sia nel corso del tempo. In questo lavoro metteremo l’attenzione innanzitutto sulla differenza tra traumi relazionali e traumi di natura non relazionale, per approfondirne gli effetti sullo sviluppo del bambino. Faremo riferimento specificamente al cosiddetto “developmental trauma disorder” (van der Kolk, 2005) e all’individuazione delle diverse aree di compromissione del funzionamento evolutivo a seguito dell’esposizione a traumi (Cook et al., 2005). In secondo luogo verranno approfonditi gli effetti del trauma in relazione ai diversi momenti di sviluppo, dal periodo preverbale della prima infanzia fino all’adolescenza, cercando di indicare i punti di vulnerabilità e di resilienza sui quali è importante concentrarsi nell’ambito del trattamento.

 

11.30 – 12.30
Sessione Plenaria
EMDR E ATTACCAMENTO
Giampaolo Nicolais

Secondo Bowlby, le esperienze precoci del bambino con le proprie figure di attaccamento determinano rappresentazioni mentali - denominate Modelli Operativi Interni della relazione - che regolano aspetti centrali dello sviluppo come la regolazione degli affetti e la fiducia interpersonale. Analogamente, il modello AIP di Shapiro ipotizza l’effetto di esperienze precoci sullo sviluppo futuro del bambino. Ricordi di eventi particolarmente stressanti o traumatici tendono ad essere immagazzinati in modo disfunzionale nel cervello in uno stato non metabolizzato, sotto forma di “network mnestici” contenenti costellazioni di percezioni, aspettative negative, affetti e sensazioni corporee che possono essere riferite all’esperienza di caregiving. In situazioni infantili all’interno di accudimento particolarmente disfunzionali, il modello di attaccamento sviluppato dal bambino conterrà quindi network mnestici caratterizzati dall’esperienza del rifiuto e/o del maltrattamento. Il modello AIP prefigura perciò interventi, realizzati attraverso l’approccio dell’EMDR, che agiscono in senso trasformativo sulle peculiarità dei Modelli Operativi Interni della relazione. Le implicazioni di tale premessa sono l’oggetto della relazione presentata.

14.00 – 18.00
Workshop
I DISTURBI DI PERSONALITA’, RELAZIONI E EMDR
Dolores Mosquera – Anabel Gonzalez

I pazienti con disturbi di personalità manifestano difficoltà nel loro funzionamento quotidiano; nella loro storia di vita in molti casi sono presenti eventi traumatici e relazioni primarie di attaccamento insicuro. In questo workshop ci focalizzeremo sui disturbi di personalità del gruppo B, in particolar modo sui borderline. Tenteremo di spiegare l’interrelazione dei criteri del DSM con eventi traumatici precoci. Comprendere questi aspetti è basilare per un’adeguata concettualizzazione del caso nella Fase 1 e pianificazione del trattamento di questi pazienti con EMDR. Un trauma relazionale precoce influenza la traiettoria evolutiva del futuro adulto. Le persone con disturbo di personalità e con trauma complesso hanno molte difficoltà quando devono relazionarsi con gli altri. Uno degli aspetti che rende i disturbi di personalità difficili da gestire sono le reazioni emozionali che emergono nel terapeuta durante le sedute di EMDR. La gestione delle difficoltà relazionali è un aspetto centrale nel trattamento dei disturbi di personalità, e ciò verrà spiegato con l’ausilio di casi esempio nel corso del workshop. La fase di stabilizzazione è stata evidenziata come essenziale prima di iniziare il lavoro sul trauma con l’EMDR, ma nonostante questo presupposto ci sono due aspetti che necessitano un ulteriore sviluppo. Il primo è stabilire quando il paziente è pronto per l’elaborazione del trauma, dal momento che spesso la fase di stabilizzazione non è necessario prolungarla eccessivamente per utilizzare l’EMDR con questo gruppo clinico. Il secondo è lo sviluppo di interventi specifici derivanti dall’EMDR ma con un’adeguata struttura teorica. Questo argomento verrà trattato in modo approfondito nel corso del workshop. L’elaborazione del trauma nei disturbi di personalità implica molte particolarità che dobbiamo considerare. L’identificazione di questi aspetti è importante perché l’elaborazione del trauma con l’EMDR in questi pazienti possa essere implementata con efficacia. I pazienti borderline possono trarre miglioramenti da varie terapie ma solo l’EMDR è capace di “raggiungere” sintomi quali “il senso di vuoto” e gli effetti della traumatizzazione complessa. L’effetto della terapia con EMDR nell’esperienza clinica è evidente, anche se ricerche specifiche in merito sono ancora in corso con questi pazienti. Un aspetto interessante di questo workshop è l’integrazione dell’esposizione teorica e la presentazione di video di casi clinici, al fine di comprendere meglio gli specifici aspetti della terapia con EMDR nei disturbi di personalità . Verranno esposti e spiegati la struttura generale della terapia dell’EMDR nei disturbi di personalità, gli interventi della fase di preparazione e le considerazioni riguardo al lavoro sul trauma con l’EMDR. In questo workshop verranno approfondite anche le evidenze empiriche riguardo al trauma e ai disturbi di personalità e le pubblicazioni riguardanti l’EMDR e i Disturbi di Personalità.

18.30 – 19.30
Sessione Poster

19.00
Light Dinner
 

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23 Giugno 2011 articolo inserito in: Formazione e Convegni
abstract convegno nazionale EMDR, Roma, settemre 2011 - di cristina

ABSTRACT

CONGRESSO EMDR NAZIONALE

“TRAUMA E RELAZIONE”

23-24-25 SETTEMBRE 2011

Roma

Venerdì 23 settembre 14.00
Apertura Congresso
Isabel Fernandez

 

14.30 – 18.00
Workshop
TRAUMI DA NON RIPETERE.
ADULT ATTACHMENT INTERVIEW ED EMDR NELLA RIELABORAZIONE
DELLE MEMORIE TRAUMATICHE INFANTILI RIATTIVATE NELLA GENITORIALITA’
Anna Rita Verardo – Antonio Onofri

La ricerca sull’attaccamento ha ormai ampiamente dimostrato come lo stato mentale del genitore si riflette sul comportamento di attaccamento del bambino. Questo dato è emerso con una discreta chiarezza dai dati forniti dall’uso sperimentale della Strange Situation e della Adult Attachment Interview. La Adult Attachment Interview è uno strumento in grado di far emergere le criticità e le aree di mancata elaborazione rispetto alla storia di attaccamento di un individuo. L’intervista si occupa in particolare di indagare sia la capacità di avere accesso alle informazioni autobiografiche sia il poterle organizzare in un racconto coerente e comprensibile. Particolarmente utile a questo fine è il confronto costante – durante lo svolgimento dell’intervista – tra la memoria episodica e la memoria semantica, che possono così mostrare una concordanza più o meno ampia. A partire dal modello di Siegel, che indica nella comprensione della propria storia infantile il primo compito di un genitore al fine di non ripetere modelli di interazione inadeguati, gli autori propongono un protocollo di intervento terapeutico per i problemi clinici dell’area della genitorialità, che prevede da un lato un uso clinico delle domande della AAI come strumento principale per far emergere i ricordi autobiografici non sufficientemente elaborati che possono interferire in particolare con le capacità genitoriale di un individuo, e dall’altra l’impiego dell’EMDR per una elaborazione dei diversi episodi emersi dalla AAI e dalla analisi dei modelli impliciti di reazione disfunzionale nella relazione genitore-bambino.

 

Sabato 24 settembre 09.00 – 10.00
Sessione Plenaria
SVILUPPI TRAUMATICI E DISTURBI TRAUMATICI DELLO SVILUPPO
Benedetto Farina

Crescenti dati provenienti da indagini cliniche e epidemiologiche segnalano la notevole frequenza di traumi psicologici cumulativi di natura relazionale durante lo sviluppo e la loro significativa correlazione con diversi disturbi psicopatologici nell’età adulta. In particolare, da oltre vent’anni, clinici e ricercatori hanno individuato un nucleo costante di sintomi e criteri diagnostici che caratterizzano una precisa sindrome conseguente allo sviluppo della personalità in contesti traumatici (diversa dal PTSD) per la quale sono stati proposti diversi nomi: disturbo da stress post-traumatico complesso, disturbo traumatico dello sviluppo, disturbo post-traumatico di personalità, disturbo da stress estremo non altrimenti specificato. Le principali aree sintomatiche coinvolte nei disturbi traumatici dello sviluppo (le somatizzazioni, le alterazioni della coscienza e della modulazione delle emozioni) sembrano inoltre diffondere in un numero ampio di quadri clinici costituendo una dimensione psicopatologica che si associa in comorbilità con altri disturbi peggiorandone la prognosi. Tale triade sintomatica appare dipendere da meccanismi patogenetici basati sull’effetto dis-integrante delle esperienze traumatiche sulle funzioni mentali superiori. Lo scopo dell’intervento è quello di presentare in maniera sintetica un aggiornamento sulla psicopatologia, la clinica e la terapia dei disturbi traumatici dello sviluppo nell’adulto.

 

 

 

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