17 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
sportello di ascolto sul disagio maschile, Torino - di cristina

 

Contro la violenza sulle donne uno sportello per il disagio maschile Ampliato il servizio d ‘ascolto promosso dalla Provincia di Torino

 

 

 

 

Synergia Centro Trauma, Torino e Moncalieri
Centro specialistico sulle tematiche dell’età evolutiva e del trauma psichico
Psicologi per adulti, bambini, adolescenti, famiglie
Trattamenti dei disturbi alimentari - Terapia EMDR
Avvocati, psichiatri, neurologi

Nove casi in tre settimane: è questo l?agghiacciante numero riportato dalle cronache nere di donne assassinate da compagni, fidanzati,corteggiatori, uomini con cui avevano avuto una relazione ormai finita. In generale, i delitti in famiglia sono da qualche anno in drastico aumento: quelli compiuti tra le mura domestiche e all?interno dello stesso nucleo familiare sono infatti al primo posto del totale nazionale, con una maggiore incidenza nel Nord Italia rispetto al resto del territorio nazionale: e le vittime più frequenti sono le donne. Un fenomeno allarmante, che denuncia un crescente disagio nelle relazioni familiari e soprattutto fra gli uomini, in prevalenza gli autori di questi efferati e disperati delitti, ma anche delle violenze compiute all?interno delle famiglie.

Spesso la violenza sfocia improvvisa dopo un lungo periodo di difficoltà che sono state sottovalutate: se in famiglia non ci si parla più, se la rabbia per situazioni critiche viene sfogata fra le mura domestiche, se si hanno reazioni violente nei confronti di mogli, madri, figli, fidanzate dovrebbe scattare un campanello d’allarme.

Per offrire agli uomini che si accorgono di vivere una situazione di grande stress emotivo un aiuto, la Provincia di Torino ha inaugurato nel 2009, in collaborazione con l’associazione di volontariato "Il Cerchio degli Uomini" e con il contributo economico della Regione Piemonte lo Sportello telefonico per l’ascolto del disagio maschile.

Lo sportello risponde al numero 011.247.81.85 e opererà da luglio 2010 con un nuovo ed ampliato orario: lun-mar dalle ore 18 alle 19, merc-giov-ven dalle 12 alle 13. Oltre a garantire la più completa riservatezza, lo sportello prevede inoltre la possibilità di partecipare a gruppi di condivisione, formati da 7/10 persone (di soli uomini e misti), finalizzati alla realizzazione di un percorso di consapevolezza e cambiamento per coloro che si trovano in situazioni di disagio familiare e relazionale e sono rivolti alla prevenzione della violenza.

Provincia di Torino
Servizio Pari Opportunità e Politiche dei Tempi
C.so Lanza, 75 - 10131 Torino
tel. +39 011-8613532 fax. +39 011-8613539

 

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12 Agosto 2010 articolo inserito in: Formazione e Convegni
formazione per psicologi a Torino sull´attaccamento - di cristina

Il modello dInamIco-maturatIvo dell’attaccamento dI P. crIttenden e la sua aPPlIcazIone nella cura del genItore maltrattante.

semInarIo di studio con andrea LANDINI venerdÌ 15 ottoBre 2010 - ore 9.30/17.00 educatorIo della ProvvIdenza
corso trento 13 - TorIno

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La teoria dell’attaccamento ha origine da un focus sul ruolo dell’esposizione al pericolo nel generare organizzazioni mentali e comportamentali, volte strategicamente alla sopravvivenza degli individui e della loro prole. Il modello dinamico-maturativo elaborato da P. Crittenden riprende questo focus, articolandolo riguardo ai meccanismi di elaborazione delle informazioni nei vari sistemi di memoria, e declinandolo nelle varie fasi dello sviluppo in base alle caratteristiche funzionali relative al livello maturativo raggiunto, ed alle potenzialità strategiche conseguenti. A partire dalla prima infanzia, verranno tracciati i percorsi di sviluppo rispetto ai quali si strutturano le diverse strategie di attaccamento, con particolare riferimento a quelle più disfunzionali che possono, persistendo nell’età adulta, rappresentare un fattore di rischio rispetto alla genitorialità. Secondo il modello dinamicomaturativo, infatti, un’ipotesi esplicativa delle gravi disfunzioni genitoriali è fondata sulla attivazione nei confronti dei figli di strategie difensive sviluppate in risposta a minacce vissute nell’infanzia.

ANDREA LANDINI
Medico Neuropsichiatria infantile, svolge attività clinica libero-professionale come neuropsichiatra infantile e come psicoterapeuta a indirizzo cognitivo-costruttivista a Reggio Emilia. Membro fondatore e componente del direttivo della International Association for the Study of Attachment (IASA), consulente e formatore per i Servizi Educativi e Sociali del Comune di Rimini Docente presso le scuole di specializzazione in psicoterapia: Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva (Bologna), CESIPc (Firenze-Padova-Livorno), Studi Cognitivi Modena, Istituto di Terapia Familiare di Modena, Istituto Veneto di Terapia Familiare, Istituto di Terapia Post-Razionalista (IPRA), Roma. Ha svolto incarichi di formazione all’utilizzo e codifica del CARE-Index nel 2009 presso l’Hôpital Maisonneuve-Rosemont, Centre affilié à l’Université de Montréal, Montréal, Quebec, Canada, nel 2008 a Reggio Emilia e a Vårljus SA, Sweden.
Dal 2002 collabora con Patricia Crittenden per la formazione alla somministrazione e interpretazione della Adult Attachment Interview. Ha svolto anche incarichi di consulenza al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia dell’Età Evolutiva dell’Ospedale Maggiore di Bologna sulla lettura di protocolli AAI in casi di tentato suicidio di adolescenti.

 

Per informazioni ed iscrizioni:
Segreteria Centro Tutela Minori
Dal lunedì al venerdi ore 9-13
Tel./fax 011548747
e-mail: ctm.paradigma@iol.it
sito web: www.cooperativaparadigma.it

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05 Agosto 2010 articolo inserito in: Psicologia
verso una pedagogia dell´empatia - di cristina

Verso una pedagogia dell’empatia

tratto da LA STAMPA, 12 luglio 2010, articolo di ROSALBA MICELI

 

 

 

 

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In accordo a Edith Stein, l’empatia (letteralmente “sentire”) è alla base di tutte le forme con cui ci accostiamo ad un altro, agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Approfondiamo i molteplici aspetti del comportamento empatico con Antonio Bellingreri, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università degli Studi di Palermo, autore del saggio “Per una pedagogia dell’empatia” (Vita e Pensiero). 

Professore, in un’epoca segnata dai progressi della scienza e della tecnica, parlare di empatia, cercare di risalire alle radici umane della socialità, può sembrare anacronistico?
Le competenze scientifiche o tecnologiche possono rivelarsi inadeguate per la conoscenza personale (il rapporto dell’individuo con se stesso, ed il rapporto con gli altri). 

Come definisce l’empatia in due parole?
L’empatia è sguardo e parola. Sguardo non intrusivo, che diviene, grazie alla comprensione emozionale empatica, capace di vedere il volto dell’altro. Le parole dette e ascoltate, interpretate e ricomprese, formano, per i soggetti coinvolti, un universo di senso condiviso.
Ci mettiamo “nei panni dell’altro” per confermare un’immagine nota di noi stessi, oppure siamo disponibili alla sorpresa, allo spiazzamento?
Intervengono processi di identificazione, di proiezione di sé (se prevale la proiezione di sé nell’altro sperimentiamo una cattiva o falsa empatia), di introiezione, contagio, imitazione ma anche immaginazione. Complessivamente e variamente bilanciati, concorrono al “decentramento” che è indispensabile per rappresentarsi mentalmente le esperienze di altri, il loro mondo interiore. L’attivazione empatica segue un modello molto complesso, è una “performance” in cui entra in gioco tutta l’energia psichica del soggetto. 

Come spiegare la disposizione empatica?
Si tratta di un comportamento “connaturale” (da preferire al termine “innato”) all’essere umano. Comportamenti “di tipo empatico”, come il contagio emotivo, sono presenti già nel neonato (il bambino piange in risposta al pianto di un altro). La psicologia dello sviluppo distingue gli stadi del processo di crescita dell’empatia dal semplice contagio emotivo, alle risposte imitative, fino all’emergere di una “teoria della mente” (rappresentazioni mentali di ciò che accade nel mondo mentale degli altri). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, ed una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Dunque è molto più di una emozione, è un sentimento intelligente, un atto d’amore ricco di intelligenza.

L’opera di formazione di una personalità capace di empatia matura coincide con la semplice dinamica dello sviluppo psichico del soggetto?
L’empatia è un processo che può essere attuato. Ogni uomo è capace di empatia, pur se con forme diverse di consapevolezza. Formarla come carattere stabile acquisito denota la “personalità empatica” con un buon equilibrio psichico, capace di compassione, ma anche di condivisione lieta, uno stile esistenziale eminentemente personale ed un modo originale di “abitare il mondo”. Al vertice del processo, l’empatia si configura come una “virtù”, frutto della formazione del soggetto, ma anche di una scelta consapevole (il voler essere così), quasi una conversione al bene (insight migliorativo). In particolare distinguo due processi: “educare l’empatia” (processo formativo individuale) ed “educare all’empatia” che rappresenta la meta del processo educativo. 

Come si alimenta la virtù empatica?
Necessita di esposizione ai contatti umani, di interesse per persone al di fuori di sé, di continuo coinvolgimento con gli altri, di “affabilità” (offrire se stesso agli altri per quello che si è), di “liberalità” (offrire quello che si ha), di “amabilità” (lasciarsi amare dagli altri), buon carattere, stile comunicativo rivolto alla persona (messaggio ad personam) ed inerente alla situazione, al contesto. Accostarsi alle diverse forme di arte può essere molto importante per una formazione empatica poiché sviluppa l’immaginazione, ma anche l’immedesimazione con i pensieri ed i sentimenti di un’altra persona. 

L’attenzione per l’altro è fondamento sia dell’intervento educativo che di cura. Empatia e principio di cura, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, sono strettamente connessi?
L’empatia precede e motiva la cura per l’altro.

L’empatia costituisce uno strumento per l’educatore?
L’empatia non è uno strumento, ma una importante categoria pedagogica. Si può parlare di una natura educativa dell’empatia quasi intrinseca. Non c’è relazione autenticamente educativa che non sia una relazione empatica. Si educa qualcuno quando si riesce ad attivare in lui il desiderio di esistere, di divenire pienamente ciò che si è, ad aver cura di sé, dell’altro, delle relazioni, della vita. L’empatia è il sentimento che sostiene i processi di configurazione significante dei modi di sentire, di pensare e di comportarsi dell’altro. L’empatia non è un metodo ma una virtù, una virtù dell’educatore che a sua volta cerca di suscitare nell’educando la medesima virtù. In questo senso diciamo che una persona è “educata” quando ha acquistato la virtù dell’empatia.

Quale conoscenza, quale incontro, quale cambiamento, ci attendono se rischiamo l’avventura di “entrare nei panni dell’altro”?
La natura conoscitiva dell’empatia porta a conoscere se stessi e conoscere gli altri. Possiamo conoscere noi stessi solo in relazione ad altri: è tramite il continuo processo di relazione che diventiamo ciò che siamo in una crescita di consapevolezza, di introspezione, attivando un dialogo interiore. Un indizio di una buona coscienza empatica è essere capaci di provare empatia nei confronti di se stessi, ovvero di accettarsi, riconoscersi, amarsi, aver cura di sé. Affinché l’empatia sia autentica (la buona coscienza empatica) devono essere presenti tre condizioni: l’atteggiamento veritativo (in accordo a Heidegger) ovvero lascia essere l’altro per quello che è e per quello che può essere e/o deve essere; l’atteggiamento etico (in accordo a Kant) considera l’altro come un valore, un bene in sé e per sé, che liberamente si sceglie di conoscere, amare e promuovere; l’atteggiamento spirituale o comunitario crea relazioni, legami empatici, in un riconoscimento reciproco. Tuttavia si può avere una forma di empatia estrema, per chi non ci ama, non ci riconosce, anche tra nemici giurati.

Possiamo pensare ad una didattica dell’empatia, mediante esercizi di apertura mentale?
Ho condotto esperienze di training rivolte agli insegnanti di un liceo. Si presentava una situazione e ognuno doveva provare a rispondere a questa domanda: “cosa faresti al posto di?”. Assumere la prospettiva di un altro ha innanzi tutto il significato di mettersi fisicamente al suo posto, mentre l’assunzione di ruolo implica il fare proprio il punto di vista di un altro, il suo particolare modo di intendere il mondo. 

Se vogliamo vivere veramente in un mondo partecipativo, l’empatia può divenire il mezzo con cui comprendiamo e costruiamo la nostra realtà condivisa? E’ possibile “la civiltà dell’empatia” ipotizzata da alcuni studiosi tra cui il sociologo ed economista americano Jeremy Rifkin?
L’empatia alimenta la possibilità di riconoscersi in una causa di utilità comune ed evolve in comportamenti prosociali che formano il nucleo di comunità solidali. Le ricerche sociologiche indicano che funzionano al meglio le “microcomunità” empatiche (piccoli gruppi quali la famiglia, l’amore, la vita di coppia, o parentele elettive) segnate da un clima emotivamente caldo, come ambiti di comune elaborazione di senso.
 

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13 Luglio 2010 articolo inserito in: Psicologia
Il giudice condanna Sean Penn «Segua una terapia contro l’ira» - di fabrizio

 

IL CASO - PICCHIÒ UN FOTOGRAFO: TRECENTO ORE DI SERVIZI SOCIALI da:  IL CORRIERE DELLA SERA

www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php

Il giudice condanna Sean Penn «Segua una terapia contro l’ira»
MILANO — Si chiama «anger management counseling» e non poteva che essere una trovata americana. Si tratta di un corso per la gestione della rabbia e questa volta a sottoporsi alla «riabilitazione» sarà nientemeno che Sean Penn. Come è noto, l’attore/regista è piuttosto iracondo e lo scorso ottobre si è reso protagonista di una rissa con un fotografo in uno shopping center vicino Los Angeles, in California. Penn, 49 anni, — atteso al Festival di Cannes come protagonista insieme a Naomi Watts dell’unico film americano in concorso, Fair Game di Liman, — in ottobre aveva assalito un fotografo: ha preso a calci il paparazzo e gli ha rotto la macchina fotografica. Uno scatto d’ira, pagato caro finora. Un giudice ha condannato l’attore, che non si è presentato all’udienza, a 300 ore di lavori presso i servizi sociali e alla frequentazione di 36 ore di corsi anti-rabbia. Una vera e propria terapia per imparare a gestire le proprie emozioni.
La corte lo ha inoltre condannato a tre anni di libertà vigilata e gli ha imposto di tenersi ad almeno 100 yarde (quasi 100 metri) di distanza dal fotografo picchiato. In una seconda udienza, prevista per l’8 luglio, l’attore potrebbe essere anche condannato ad un risarcimento danni. C’è di più: se sarà rinviato a giudizio, Penn, premio Oscar per le sue interpretazioni in Mystic River e Milk, potrebbe passare fino a 18 mesi dietro le sbarre. Il regista ha deciso che svolgerà le 300 ore della sentenza lavorando per la sua organizzazione benefica che opera tra i terremotati di Haiti, dove si è già recato più volte nelle scorse settimane. Insomma Penn dovrà davvero comportarsi bene perché questa volta non si scherza. L’attore—inizialmente accusato di percosse e vandalismo— rischiava fino a 18 mesi di carcere, ma il patteggiamento ha visto le accuse circoscritte al solo reato di vandalismo. Reato che potrebbe ulteriormente essere ridotto a disturbo della quiete pubblica se la star rispetterà quanto prescritto dalla corte.
L’avvocato di Penn, Richard Hirsch, ha spiegato che il suo cliente ha preferito patteggiare «perché prolungare questa vicenda giudiziaria non era nel suo interesse e lo avrebbe distratto dal suo impegno umanitario. Per questo ha deciso di accettare i termini dell’accordo». A sfavore di Penn hanno giocato diversi precedenti penali: nel 1987 era già stato condannato a 60 giorni di carcere sempre per aver aggredito un fotografo su un set. E nel 2006 era stato inoltre coinvolto in una rissa con uno dei paparazzi presenti al funerale del fratello Christopher.
Ma. Vo.
14 maggio 2010

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04 Luglio 2010 articolo inserito in: Psicologia
Le sorprese dell´empatia: “Ecco come il dolore altrui diventa il mio” - di cristina

Le sorprese dell’empatia: "Ecco come il dolore altrui diventa il mio"
 

FRÉDÉRIQUE DE VIGNEMONT
INSTITUT JEAN NICOD-CNRS - PARIGI
tratto da: La stampa, 30.6.2010, tuttoscienze

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Il dolore ha una natura duplice: è al tempo stesso un’esperienza sensoriale e affettiva. A livello sensoriale si può sentire l’intensità del dolore e quale parte del corpo sia colpita. A livello affettivo ci si rende conto di quanto sia sgradevole. Dal punto di vista neurologico, poi, quella che si definisce la «matrice del dolore» comprende due reti cerebrali specializzate: la componente sensoriale e la componente affettiva. A volte sono dissociate, come nella sindrome dell’asimbolia del dolore: i pazienti percepiscono il male, ma non manifestano le reazioni emotive appropriate.

Che cosa accade, allora, quando si vede un amico contorcersi dal dolore o quando si sente un bambino piangere dopo una caduta? Non solo ci rendiamo conto della loro sofferenza, in un certo senso la sperimentiamo anche noi. Ma che cosa significa condividere il dolore altrui? E’ solo una metafora? O il dolore indiretto coinvolge le stesse componenti sensoriali e affettive di chi lo prova sulla propria pelle? Oggi, grazie alle neuroscienze, siamo in grado di rispondere.

Gli studi del professor Aglioti, in Italia, dimostrano che osservare un ago penetrare in una mano induce risposte sia sensoriali sia motorie nello spettatore, come se fosse la sua mano a essere penetrata. Le risposte senso-motorie sono quindi automatiche, correlate all’intensità del dolore.

Altre prove sono state raccolte dal professor Singer in Svizzera e dal professor Decety negli Usa: hanno dimostrato come un individuo attivi la componente affettiva del dolore, quando vede altri soffrire, ma escludendo - in questi casi - la componente sensoriale. In altre parole, ci si sente «feriti», se si osserva un dito o un piede schiacciato da una porta, e tuttavia non si prova un dolore diretto. Significa che l’elemento affettivo è modulato da diversi fattori. Da un lato, tanto più gli individui possiedono una personalità empatica e tanto più esprimono l’affettività. Dall’altro lato, le persone rivelano una minore risposta affettiva quando sono maschi e non gradiscono chi sta soffrendo, quando sono medici e quando ritengono che il dolore sia la conseguenza di una terapia.

I risultati confermano ciò che intuiamo: si può letteralmente percepire il dolore, quando si vede qualcuno soffrire. Ma le ricerche suscitano anche nuovi interrogativi. Osservare qualcuno contorcersi può indurre, in modo selettivo, sia l’attività senso-motoria sia quella affettiva. Che cosa significa, allora, questa dissociazione? E’ una manifestazione apparente o una distinzione fondamentale tra tipi di dolore?

Gli studi psicologici hanno evidenziato diversi modi di rapportarsi al dolore altrui, compresi la simpatia, l’empatia e il contagio. Ci sono, però, distinzioni importanti. Se provo simpatia per qualcuno, so che cosa sente quella persona e posso dispiacermi per lei, ma non ne condivido le emozioni. Quando invece stabilisco un rapporto di empatia, so esattamente che cosa sente, perché ne percepisco le emozioni. Sia la simpatia sia l’empatia, quindi, sono dirette verso l’altro e implicano la comprensione dello stato affettivo altrui.
Il contagio, al contrario, è centrato su se stessi. Sbadiglio perché ti vedo sbadigliare, ma non mi preoccupo se sei stanco. Mi limito a «catturare» l’emozione. Non conosco ciò che provi e non mi rendo conto di reagire alla tua emozione. Ma, come succede nell’empatia, condivido il tuo dolore. Volendo ridurre il tutto a semplici equazioni, ecco che cosa si ottiene: simpatia = comprensione affettiva; contagio = condivisione affettiva; empatia = condivisione affettiva + comprensione affettiva.

La distinzione è significativa. Tommy è un bambino e piange, quando gli fanno un’iniezione sulla spalla. L’infermiera simpatizza con lui, ma non condivide il suo dolore, altrimenti non sarebbe una professionista. Accanto a Tommy c’è la sorella di 6 anni, Alma, che si stringe in sé, come se sentisse l’ago. Prova un’esperienza del dolore di tipo contagioso, auto-centrata. Può anche non essere consapevole del fatto che Tommy provi dolore, ma è ancora meno consapevole del fatto che la sua reazione è causata dalle urla di Tommy. La madre, Laura, condivide il dolore di Tommy, ma la sua esperienza è centrata su Tommy stesso e su ciò che prova. Sa che il figlio ha male ed è consapevole che il proprio dolore indiretto nasce da quello del bambino: conosce bene il dolore empatico.

Le neuroscienze rivelano che sia Alma sia Laura condividono in parte il dolore di Tommy. Ma Alma ne percepisce solo la componente sensitivo-motoria: immagina di subire lei stessa l’iniezione. Laura, al contrario, sperimenta solo la componente affettiva del dolore del figlio: sa che cosa significa per lui sentire male.

Ecco la mia conclusione: non c’è un divario vertiginoso tra il sé e l’altro. Attraverso il contagio e l’empatia tu puoi sentire ciò che io stessa provo. Ma non è mai esattamente lo stesso: condividere le emozioni non sempre è sinonimo di comprensione reciproca. Per capire ciò che sento, è necessario andare oltre il dolore indiretto e inseguirne l’origine, vale a dire il mio personale dolore.
 

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