06 Novembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Nove milioni di italiani soffrono di stress - di cristina

Nove milioni di italiani soffrono di stress

Nove milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, le donne il doppio degli uomini. Di queste, nove su dieci soffrono di disagi psichici e disturbi dell’umore, primi fra tutti di ansia (45%) e di sindrome pre-mestruale (43%), ma anche di irritabilità/eccessiva tendenza al pianto (41%) e di insonnia (39%). Anche le sindromi depressive sono in agguato con il 20%.

Fra i fattori determinanti le forti pressioni lavorative, le barriere culturali che rendono la carriera manageriale della donna più difficoltosa e impegnativa, le remunerazioni non in linea con le medesime posizioni ricoperte dai colleghi, la competitività, i rapporti interpersonali e il difficile clima aziendale a cui si sommano le responsabilità, gli incarichi legati alla vita quotidiana e il ruolo di ‘care giver’ all’interno della famiglia. A questo si aggiunge il periodo di grave crisi economica, l’incertezza per il futuro per se e per i propri figli. A tracciare il quadro è Onda, l’Osservatorio nazionale salute donna, in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Dall’indagine emerge in particolare che le donne giovani – complici le alterazioni ormonali nelle diverse fasi riproduttive (gravidanza, puerperio) – e quelle che lavorano a contatto con il pubblico sono più vulnerabili agli stati di ansia. Ancora poche, o incuranti delle ‘variabili di genere’, le azioni di tutela contro i fattori di stress all’interno delle aziende, nonostante il monito del Governo Italiano a prendersi cura della salute psichica delle proprie dipendenti. Ma non è solo un fenomeno italiano: lo stress correlato al lavoro coinvolge ed affligge tutta la popolazione europea, con punte del 60% e importanti ripercussioni sullo stato di salute.

Le recenti stime pubblicate sulla rivista European

Neuropsychopharmacology attestano infatti che i disturbi psichici dal 2005, quando la prevalenza di malattia si aggirava al 27,4%, hanno registrato una progressione di più del 10% assestandosi nel 2010 su valori oltre il 38% - tra disturbi d’ansia (69 milioni), depressione (30 milioni), insonnia (29 milioni) e disturbi connessi al consumo di alcool (14,6 milioni).

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

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20 Ottobre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Quanti amici su Facebook? E´ scritto nel cervello - di cristina

 

Quanti amici su Facebook? E’ scritto nel cervello

Sempre più ricerche indicano come il comportamento delle persone online corrisponda a meccanismi molto più profondi di quanto si creda Da molti anni si discute dell’influenza che hanno le tecnologie digitali e in particolare Internet, mentre è certamente più recente la riflessione sulla possibilità di mantenere relazioni sociali in rete attraverso Facebook, Twitter e altri social network. I dati a riguardo sono così scarsi che spesso si tende ad affrontare la questione in modo ideologico, sostenendo che questa vita virtuale starebbe pericolosamente sostituendo quella reale.
Una nuova ricerca condotta presso il Wellcome Trust Institute sembra ora confutare questa tesi, dal momento che ha concluso che il numero di “amici su Facebook” di una persona è proporzionale al numero di amici che ha nella vita reale. Non solo: questa tendenza a stabilire rapporti di amicizia o di conoscenza sarebbe veramente connaturata alla personalità del soggetto, al punto da trovarne traccia nel suo cervello, e sarebbe “scritta” nelle dimensioni di una particolare area cerebrale.

Geraint Rees, primo autore dello studio apparso sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, ha analizzato, insieme con i colleghi, le scansioni cerebrali di 125 studenti universitari, tutti attivi su Facebook, studiando in particolare l’amigdala, una regione strettamente connessa alla memoria e alle risposte emotive.
Recentemente, uno studio ha trovato che il volume di materia grigia di questa regione tende a essere maggiore nelle persone con un’ampia rete di amicizie nella vita reale e quest’ultimo risultato sembra così estendere le conclusioni anche alla vita online.

Le dimensioni di altre tre regioni cerebrali sono risultate correlate alle dimensioni della rete sociale online dei soggetti, ma non con quelle dalla rete sociale reale, e precisamente: il solco temporale superiore destro, cruciale per la nostra capacità di percepire il movimento; il giro temporale mediale sinistro, implicato nell’attivazione della risposta agli sguardi degli altri e quindi nella percezione degli stimoli sociali; infine la corteccia entorinale destra, implicata nei processi di memoria.

“Il nostro studio consentirà di iniziare a comprendere in che modo le nostre interazioni con il mondo siano mediate dai social network”, ha spiegato Rees. “Ciò consentirà di affrontare questioni che riguardano la relazione tra Internet e il cervello”.

Oltre a esaminare la struttura cerebrale dei soggetti, i ricercatori hanno verificato se esistesse un legame tra relazioni online e relazioni reali.

I ricercatori dell’UCL hanno posto ai volontari alcune domande per stimare l’ampiezza delle reti di amicizie del mondo reale quali: “A quante persone mandereste un messaggio in occasione di un evento, come un compleanno o un nuovo lavoro?”; “Qual è il numero totale di amici sulla rubrica del vostro cellulare?” e “Quanti amici avente mantenuto dalla scuola e dall’università?”.

Il risultato è stato incontrovertibile: l’ampiezza delle relazioni sociali reali rifletteva quella delle relazioni online.

“Le nostre conclusioni vanno a sostegno dell’idea che la maggior parte delle persone utilizza Facebook come supporto alle proprie relazioni sociali reali, mantenendo o rafforzando le amicizie, invece che per crearne di nuove con soggetti puramente virtuali”, ha concluso Rees. (fc)

Pubblicato su Le scienze il 19 ottobre 2011

 

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25 Settembre 2011 articolo inserito in: Psicologia
Ricerca sulla salute mentale in Europa - di cristina

Ricerca sulla salute mentale in Europa

Lo stato della salute mentale e neurologica in Europa è oggetto di uno studio pubblicato dallo European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) che indica come i disturbi mentali e neurologici siano diventati la maggiore sfida per la salute degli europei nel XXI secolo. 

Lo studio ha preso in esame 30 paesi (l’Unione Europea più Svizzera, Islanda e Norvegia) per una popolazione complessiva di 514 milioni di persone
Ecco i principali risultati dello studio:

Ogni anno, il 38,2% della popolazione europea - pari a 164.800 mila persone - va incontro a qualche disturbo mentale.

I disturbi più frequenti sono rappresentati dai disturbi d’ansia (14,0%), insonnia (7,0%), depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (6,3%), dipendenza da alcol e droga (> 4%), deficit di attenzione e iperattività (ADHD , 5% nei giovani), e demenza (con una prevalenza dell’1% per la fascia d’età fra i 60 e i 65 anni e del 30% tra gli ultra ottantacinquenni).

Fatta eccezione per i disturbi da abuso di sostanze e e da ritardo mentale, non sono state rilevate variazioni di rilievo in base al tipo di cultura o alla nazione di appartenenza. Non sono stati rilevati neppure indizi di un aumento complessivo dei disturbi mentali rispetto al precedente analogo studio condotto nel 2005, che tuttavia aveva preso in esame solo adulti e limitatamente a 13 possibili tipi di diagnosi. Fa eccezione l’aumento dei casi di demenza, dovuto alla maggiore aspettativa di vita.

Rispetto ai dati del 2005 non è stato peraltro rilevato neppure un miglioramento nei tassi di trattamento dei disturbi mentali, che restano bassi: solo un terzo di tutti i casi riceve un trattamento.

Chi riceve un trattamento lo ottiene inoltre con notevole ritardo, solitamente di diversi anni, rispetto all’insorgenza del disturbo, e raramente vengono somministrate le terapie più aggiornate.

Se ai disturbi psichiatrici si aggiungono quelli di tipo neurologico (ictus, traumi cerebrali, morbo di Parkinson, sclerosi multipla), i disturbi al cervello, valutati sulla scala DALY, che misura gli anni di vita corretti per la disabilità, rappresentano il maggior peso economico relativo alla morbilità in tutta l’Unione Europea, assorbendo il 26,6% delle risorse. 

In particolare, le quattro condizioni più invalidanti (in termini di DALY) sono risultate essere depressione, demenze, uso di alcool e ictus.
 
Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/

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09 Agosto 2011 articolo inserito in: Psicologia
PSICOLOGIA - di fabrizio

PSICOLOGIA

http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

Terremoto, le ferite nascoste dei bambini
all’Aquila uno su tre cresce con la paura
Uno studio coordinato dal Bambin Gesù di Roma ha analizzato gli effetti lasciati dal sisma del 6 aprile 2009 sulla psiche di 1.750 minori abruzzesi. I risultati sono drammatici: nelle zone più colpite, l’81% soffre di ansia, il 38% è affetto da sindrome post traumatica da stress
di TINA SIMONIELLO
ROMA - Il terremoto non finisce il giorno dopo e le macerie non sono solo quelle che si vedono. Ancora oggi un bambino abruzzese su sei è vittima della sindrome post traumatica da stress (Ptsd), rivive lo stesso attimo drammatico delle scosse, prova paura intensa, orrore e senso di impotenza. Questo è il dato più rilevante fra i tanti raccolti in due anni dallo studio "Raibow" sui disturbi psicopatologici dei bambini abruzzesi. Gli esiti della ricerca, promossa dall’Ordine dei camilliani, finanziata dalla Caritas e coordinata dall’ospedale Bambin Gesù di Roma, sono stati presentati al convegno romano "Bambini e catastrofi naturali: quale salute mentale".

Lo studio non ha precedenti nel suo genere, sia perché ha preso in considerazione solo bambini e giovanissimi (i dati in letteratura riguardano in genere gli adulti vittime di eventi bellici) sia per la vastità del campione analizzato: 1.750 minorenni, 550 dei quali fra i 3-5 anni e 1.200 nella fascia d’età 6-14, tutti reclutati all’Aquila e nel resto della regione. Dal campione iniziale, grazie all’aiuto di questionari compilati dai pediatri di famiglia, sono stati selezionati circa 320 bambini più a rischio, i quali sono stati quindi sottoposti a un approfondimento diagnostico neuropsichiatrico.

I risultati dicono che il 38% di loro soffre di disturbi psicopatologici: dall’ansia ai disturbi del comportamento e dell’affettività, come umore fragile, ipervigilanza e controllo, reazioni alterate al contesto, fino alla Ptsd. Più nel dettaglio, nella fascia d’età 6-14 anni, il 54% dei bambini aquilani ha presentato disturbi psicopatologici, contro il 36% dei coetanei del resto dell’Abruzzo. Il disturbo più frequente è l’ansia, con l’81% di prevalenza (54 per cento nel resto del territorio), segue il Ptsd col 15,4% (0,4 delle altre province). Nella fascia 3-5 anni non è stato registrato alcun problema neuropsichiatrico rilevante se non ansia e un 2,5% di Ptsd.

È evidente, spiegano gli esperti, che la risposta al trauma varia: più vicino è l’epicentro del sisma più é intenso il disturbo. Più piccolo è il bambino, poi, minori sono gli effetti subìti, grazie alla presenza per i più piccoli di fattori di protezione - a cominciare dalla famiglia più presente e avvolgente - ed al diverso livello di sviluppo del sistema nervoso e della coscienza al momento della tragedia.

"La psicopatologia che segue una catastrofe è stata sottovalutata e sottostimata nella popolazione pediatrica. Ora, con questo studio possiamo dire che il problema c’è", ha commentato a latere del convegno Stefano Vicari, responsabile della neuropsichiatria infantile del nosocomio pediatrico romano. Ma cosa rischia un bambino traumatizzato? E qual è l’effetto della cronicizzazione dei disturbi post catastrofe? "Ansia e Ptds limitano la qualità della vita del bambino, il suo presente. L’assenza di interventi mirati, psicosociali o anche farmacologici, può alterare la sua felicità personale futura e nel tempo portare a comportamenti antisociali. L’intervento terapeutico, peraltro - spiega il neuropsichiatra - , è stato parte integrante del nostro studio in Abruzzo".

 

"Dallo studio Rainbow - dice Vicari - nasce il progetto di un gruppo internazionale di intervento che ha già fatto esperienza sul campo dopo il terremoto in Cile".

foto da flickr
 

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01 Agosto 2011 articolo inserito in: Synergia Centro Trauma
La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore - di fabrizio

Nutrizionista Fabrizio Tondat, Biologo 338 3642035: problemi alimentari, dieta, dimagrire, perdere peso, dietologi, Synergia Centro Trauma Torino e Moncalieri
http://www.synergiacentrotrauma.it/modules/wfsection/viewarticles.php?category=7

La meditazione batte i farmaci. Basta un’ora per dimezzare il dolore
Posted on 29 maggio 2011 by Immacolata Patrone
 

 

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo zen ha un effetto analgesico. Durante l’esercizio della concentrazione “positiva”, nel cervello si accendono alcune aree e se ne spengono delle altre in un’azione “combinata” che riduce la sofferenza anche del 40%

 

di ADELE SARNO

ROMA – Altro che analgesici: quando il dolore è troppo forte basta un’ora di meditazione. La capacità di concentrare la propria mente e liberarla dai pensieri negativi, infatti, avrebbe il potere di ridurre l’intensità del dolore fino al 40%. Non solo, abbasserebbe del 57% anche quella sensazione spiacevole che segue la sofferenza. Queste “certezze” sono il punto d’arrivo di uno studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, secondo il quale lo zen batte i farmaci perché è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso, regolandone il grado di intensità. In altre parole, dicono i ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem (Usa), la meditazione ha il potere di “assopire” la corteccia somatosensoriale e di “svegliare” il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. Questa azione “combinata” sulle aree che governano la percezione del dolore ha un potere analgesico.

“L’effetto che abbiamo riscontrato è sorprendente – spiega Fadel Zeidan, autore dello studio – basti pensare che la morfina o altri antidolorifici riducono in media il dolore del 25%”. Per testare gli effetti postivi della meditazione sul dolore, il team ha coinvolto 15 volontari. Tutti erano novizi dello zen. Per questo il campione è stato invitato a partecipare a un corso intensivo di una paricolare forma di meditazione, chiamata ‘mindfullness’. Ogni lezione di “attenzione focalizzata” durava 20 minuti, durante gli incontri ai partecipanti si chiedeva di concentrare la mente sul respiro, di mandare via pensieri intrusivi ed emozioni negative.

Contemporaneamente gli studiosi, con un’apposita apparecchiatura sistemata sotto la gamba destra dei soggetti, generavano per cinque minuti un calore dolorifico, raggiungendo una temperatura di 49 gradi centigradi. Prima e dopo le lezioni, i ricercatori fotografavano ciò che accadeva nel cervello dei partecipanti grazie a una speciale risonanza magnetica, chiamata Arterial spin labelling. Questa particolare tecnica è in grado di rilevare, attraverso la mappatura del flusso sanguigno, l’intensita del dolore. Così registravano le reazioni dei partecipanti al dolore sia durante l’esercitazione sia mentre erano a riposo. E’ emerso che la meditazione spegne il dolore riducendolo del 40%, con delle punte del 93% in alcuni volontari.

A livello cerebrale le scansioni hanno messo in evidenza una riduzione significativa dell’attività della corteccia somato-sensoriale, un’area fortemente coinvolta nella genesi della sensazione di dolore. Contemporaneamente si iperattivavano anche altre zone: il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale. “Queste regioni cerebrali – dicono i ricercatori – plasmano il modo in cui il cervello costruisce l’esperienza del dolore a partire dai segnali nervosi provenienti dal corpo”. Una delle ragioni per cui la meditazione può essere stata così efficace nel bloccare il dolore è che non agisce su una singola regione del cervello, ma a più livelli.

”Questo studio – dice Fadel Zeidan – mostra che la meditazione produce effetti realmente positivi sul cervello. E che quindi potrebbe garantire il controllo del dolore senza l’utilizzo di farmaci”.

(05 aprile 2011)

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/04/05/news/la_meditazione_riduce_il_dolore_del_40_-14538436/?ref=HREC2-12, foto flickr
 

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